Sfogliando i quotidiani, capita spesso di imbattersi in dati e commenti che sembrano raccontare due Italie diverse. Eppure si tratta di fenomeni paralleli, che riguardano entrambi la formazione e il lavoro: da un lato il basso numero di laureati rispetto al resto d’Europa, dall’altro la difficoltà di molti di loro a trovare un impiego coerente con gli studi e la carenza crescente di lavoratori tecnici e artigiani.
Un’apparente contraddizione
Consideriamo il primo fenomeno, che potremmo riassumere in una frase:
L’Italia ha un numero di laureati, in percentuale,
molto inferiore alla media dei Paesi europei.
È vero? Proviamo a verificarlo partendo da fonti affidabili.
Alla fine del 2023, solo il 30,6% delle persone tra i 25 e i 34 anni in Italia possedeva una laurea: un dato che la collocava tra i tre peggiori in Europa, subito dopo Ungheria (29,4%) e Romania (22,5%). Questo è particolarmente significativo se pensiamo che l’obiettivo europeo per il 2030 è di raggiungere il 45% dei laureati in quella fascia d’età e che molti Paesi, come Irlanda, Cipro, Lussemburgo, Svezia, Francia, Belgio e altri ancora, hanno già superato quella soglia.
La percentuale italiana sta sì crescendo, ma troppo lentamente e meno rispetto agli altri Stati dell’Unione. Di fatto la nostra posizione in classifica peggiora. Secondo il Rapporto “Profilo dei Laureati 2024” (Sintesi 2025) di AlmaLaurea, nel 2024 la quota dei laureati 25–34enni è salita al 31,6%. L’Italia resta comunque in fondo alla graduatoria europea, davanti solo alla Romania. Abbiamo dunque perso ulteriore terreno.
Passiamo ora al secondo fenomeno, che potremmo sintetizzare in una frase provocatoria ma purtroppo vera:
In Italia ci sono ormai più avvocati che idraulici.
Verifichiamo i fatti. L’Ufficio studi della CGIA di Mestre, su dati INPS e Infocamere/Movimprese, segnala che gli avvocati in Italia sono circa 237.000, mentre gli idraulici circa 180.000. Quindi sì, ci sono più avvocati che idraulici. E non è tutto: il numero complessivo di artigiani — idraulici, fabbri, elettricisti, serramentisti e altri — è crollato da 1,867 milioni nel 2012 a 1,457 milioni nel 2023, con una perdita di quasi 410.000 addetti.
Quanto ai laureati, l’ISTAT non pubblica dati specifici sul tasso di disoccupazione dei soli laureati nel 2025, almeno non nelle note mensili di marzo–giugno. Sappiamo però che a giugno il tasso generale di disoccupazione era del 6,3%. Esistono invece dati sul tasso di occupazione: tra i 25–64enni con laurea è pari all’84,3%, ossia 11 punti in più rispetto ai diplomati (73,3%).
Ancora più rilevante è la questione del disallineamento. Secondo AlmaLaurea 2025, a un anno dalla laurea il 39,3% dei triennali e il 31,9% dei magistrali svolge un lavoro che non richiede formalmente il titolo o non utilizza in modo adeguato le competenze acquisite. A cinque anni le percentuali migliorano, ma il problema resta: il 32,5% dei triennali e il 25,4% dei magistrali continua a trovarsi in condizione di mismatch.
Quello che sembra un paradosso in realtà non lo è. I due fenomeni convivono per ragioni che si sommano, sia dal lato dell’offerta sia da quello della domanda, e che in Italia risultano particolarmente accentuate. Proviamo a vederle.
La fuga di cervelli
Cominciamo con quella che chiamiamo “fuga di cervelli”, e che non riguarda più soltanto pochi casi isolati, ma una quota significativa di giovani.
Nel 2024 circa 191.000 italiani hanno lasciato il Paese, con un aumento del 20,5% rispetto all’anno precedente. Molti erano giovani laureati in cerca di opportunità migliori all’estero. Nel 2025 il flusso ha raggiunto i livelli più alti degli ultimi venticinque anni, con tanti giovani qualificati che non fanno ritorno. È un fenomeno reso ancora più pesante dalla stagnazione dei salari reali.
Perché accade? Sfatiamo un mito: non è solo una questione economica. In altri Paesi i salari sono sì più alti, ma lo sono anche i costi della vita. La vera differenza è racchiusa in una parola: rispetto. Nei Paesi del Nord Europa e in Nord America la competenza è rispettata. Anche lì ci sono raccomandazioni e favoritismi, ma non sono endemici e istituzionalizzati come da noi. In Italia conta più “chi conosci” che “cosa sai”.
Inoltre viviamo in un Paese dove qualsiasi innovazione è guardata con sospetto, dominato spesso dall’analfabetismo funzionale. Da noi è tutto un “no”: no-vax, no-TAV, no al “Ponte”, no alla carne coltivata, no alla fecondazione assistita. Ogni questione viene affrontata solo in chiave politica: si è a favore o contro in base a come la pensa il proprio partito, senza argomentazioni tecniche. La questione non è tanto se sia giusto o meno fare qualcosa, ma come vengono prese le decisioni. Chi ha studiato davvero si sente escluso dalla propria disciplina da persone con potere ma senza competenza. Perché restare allora?
C’è poi il tema dei diritti. Più studi e più sviluppi competenze, più ti abitui a ragionare criticamente e spesso a essere aperto al cambiamento e alla diversità. È l’opposto di ciò che accade oggi non solo in Italia ma anche altrove, come negli Stati Uniti. Non sorprende che molti studenti americani di origine straniera stiano lasciando gli USA per andare in Canada o nei Paesi del Nord Europa, come i Paesi Bassi o il Regno Unito. Le nuove generazioni sono molto più fluide delle precedenti sulle questioni di genere e sui rapporti interpersonali, e questo si scontra con l’ondata reazionaria e conservatrice che attraversa l’Occidente.
A tutto questo si aggiunge una burocrazia ormai inconcepibile, soprattutto alla luce degli strumenti tecnologici disponibili, e la persistenza di una vera e propria “cultura dello sfruttamento”: del lavoratore, del turista, dello straniero. Si pretende che i giovani lavorino sette giorni su sette per salari da fame, spesso inferiori ai minimi di altri Paesi e ancora più bassi se si tratta di stranieri. Ai turisti si fanno pagare prezzi assurdi, giustificati con scuse inconsistenti. Poi ci si stupisce se gli stessi italiani preferiscono andare in Croazia piuttosto che spendere una fortuna per due settimane in uno stabilimento sul Tirreno.
Chi può se ne va: chi ha coraggio, chi non ha legami, chi grazie all’Erasmus ha imparato a viaggiare e a vivere all’estero. Il residuo di laureati è quello sparuto 30%, che spesso non rappresenta nemmeno le migliori competenze del Paese.
Disallineamento lavorativo
Passiamo al secondo punto: la domanda di lavori altamente qualificati in Italia è più debole che altrove. La nostra struttura produttiva, basata su piccole e medie imprese, con poca ricerca e sviluppo e filiere digitali fragili, genera meno posizioni davvero qualificate rispetto ad altri Paesi. Una parte dei laureati resta così sovra-istruita o fuori contesto. Le indagini OCSE/PIAAC e i dati INAPP confermano che l’Italia ha tassi di disallineamento tra competenze e bisogni tra i più alti d’Europa.
Anche la distribuzione dei percorsi di studio alimenta lo squilibrio. I dati AlmaLaurea mostrano risultati molto diversi: in ingegneria e in medicina i tassi di occupazione a pochi anni dal titolo superano il 90%, mentre in ambiti giuridici, umanistici o della comunicazione restano molto più bassi. Produciamo laureati in eccesso dove la domanda è debole e troppo pochi dove invece è forte.
Allo stesso tempo le imprese faticano a trovare tecnici e operai specializzati, come installatori, manutentori, saldatori. Secondo Unioncamere-ANPAL la “difficoltà di reperimento” sfiora il 50% e rimane altissima nei mestieri tecnico-manifatturieri. Qui pesa il ritardo della formazione professionale e l’invecchiamento della forza lavoro. L’apprendistato, che un tempo garantiva il ricambio, è stato smantellato per ragioni spesso ideologiche.
Lo Stato che a volte non c’è, o che c’è troppo
Un altro problema riguarda lo Stato. Dove dovrebbe esserci, come nella tutela dei diritti — ad esempio con il salario minimo, presente in tutti i Paesi che ci superano nelle classifiche — da noi manca. Dove invece dovrebbe lasciare spazio, eccede, regolamentando e irrigidendo processi che avrebbero bisogno di flessibilità per crescere e creare occupazione. Gli Ordini professionali sono un esempio: spesso trasformano le professioni in feudi protetti, invece di occuparsi di deontologia e sostegno ai giovani. Basterebbe parlare con un giornalista o un avvocato per capire come il libero associazionismo sarebbe molto più sano di un Ordine monolitico, politicizzato e autoreferenziale.
A questo si aggiungono la scarsa mobilità abitativa, i divari Nord-Sud e i salari compressi, che riducono ulteriormente l’incontro tra competenze e posti qualificati. Alla fine molti laureati accettano impieghi sotto-inquadrati o se ne vanno.
Cosa si dovrebbe fare
Prima di proporre ricette, bisogna riconoscere che il primo problema è culturale, il secondo politico e solo alla fine tecnico.
Il nodo culturale è il più difficile. La cultura dello sfruttamento e del “non si può fare” è radicata, e cambiarla significherebbe rieducare un’intera popolazione. Non solo i giovani, ma soprattutto le generazioni più anziane, che rappresentano la maggioranza. Servirebbe una grande opera di comunicazione per spiegare che trattare meglio le persone fa crescere tutti, che il cambiamento è un valore e che spremere i lavoratori come limoni porta solo declino. Un compito arduo, forse impossibile.
Superato questo, resterebbe il problema politico. Il clientelismo è diffusissimo. La classe dirigente si lamenta delle accuse, ma quando viene colta con le mani nel barattolo della marmellata trova perfino il coraggio di offendersi e gridare allo scandalo. Non è più una questione di illegalità, perché basta fare leggi ad hoc per rendere legittimo ciò che è ingiusto e demonizzare problemi inesistenti. È un comportamento tipico dei governi conservatori e sovranisti, ma in Italia si manifesta anche tra i cosiddetti progressisti. Il problema è trasversale, anche se alcuni fanno più danni di altri. Cambiare è quasi impossibile, perché a doverlo fare sarebbero proprio quelli che traggono vantaggio dall’attuale situazione. Servirebbe una rivoluzione, ma le rivoluzioni le fanno i giovani, e in Italia di giovani ce ne sono sempre meno.
Infine ci sono le soluzioni tecniche, che da sole non bastano. Bisognerebbe far crescere la domanda di lavori qualificati sostenendo innovazione, ricerca e sviluppo, aiutando le imprese a crescere e accompagnando le start-up nel passaggio da centri di innovazione a imprese produttive, anche con il supporto di banche e fondi di investimento.
Andrebbe rafforzato l’apprendistato e l’istruzione professionale, con scuole e percorsi post-scolastici che preparino a mestieri tecnici e pratici in collegamento con le imprese. Il tutto dovrebbe basarsi su dati concreti, per orientare le immatricolazioni verso i fabbisogni reali. Non si tratta di penalizzare chi sceglie discipline artistiche o filosofiche, che restano importanti, ma di colmare almeno i vuoti nelle professioni più richieste.
Infine occorre intervenire su mobilità e salari: servono contratti più flessibili, anche individuali, che non annullino il ruolo dei sindacati ma permettano a chi ha più competenze di guadagnare di più. Bisogna creare servizi abitativi che favoriscano la mobilità territoriale e meccanismi per attrarre i talenti e riportare in Italia chi è partito, eliminando baronie accademiche e raccomandazioni politiche che drogano il mercato.
Conclusione
Non c’è alcuna contraddizione: i due fenomeni sono figli degli stessi problemi. Purtroppo sono problemi incancreniti e temo sia illusorio sperare in un miglioramento. Anzi, temo che stiano iniziando a contaminare anche altri Paesi, come gli Stati Uniti o il Regno Unito. Il mondo non sta migliorando: cresce sul piano tecnologico ma diventa sempre più ingiusto sul piano sociale ed economico. Il divario tra i pochi che hanno molto e i molti che hanno poco si allarga e i primi stanno conquistando anche il potere politico, mettendo in pericolo le democrazie e i diritti conquistati nei secoli, spesso col sangue.
Non ho soluzioni. Forse si tratta di un meccanismo naturale che finirà per mettere un freno alla crescita incontrollata della specie umana, che ha consumato risorse finite come se fossero infinite. Forse, come nel famoso esperimento di “Universo 25”, siamo destinati a estinguerci o almeno a ripartire da zero, o, come diceva Troisi, a “ricominciare da tre”. Una cosa però è certa: questo Paese sta scendendo lungo una china da cui sarà difficile risollevarsi, nonostante la buona volontà di alcuni e le immense risorse culturali e naturali. Possiamo anche nasconderci dietro la propaganda, come si fa nelle dittature — e ormai viviamo in una dittatura dell’ignoranza e dell’ignavia — ma la tendenza è chiara e non riguarda solo l’Italia, bensì anche l’Europa e forse il mondo intero. Con un’unica eccezione: l’Africa, che ha ancora giovani e risorse e potrebbe sorprenderci. Ma lì i problemi sono altri. Forse ci torneremo in un altro articolo.
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