Di solito siamo abituati a pensare che per un Paese, l’essere democratico sia sinonimo di civiltà. Ma è davvero così? Certo, un Paese civile ci si aspetta che sia democratico, ma davvero tutti i Paesi democratici sono anche civili?
Immaginate un Paese dove il 90% della popolazione sia “bianca” e il 10% “nera”. Immaginate che la maggior parte di quel 90% sia pesantemente razzista e che alla minoranza di colore sia negata la maggior parte dei diritti fondamentali, ovvero che esista di fatto una forma di apartheid, su tutto salvo che per il diritto di voto.
Lo consideraste un Paese civile? Voglio sperare di no. Potrebbe però essere democratico? Certo. Basterebbe che fosse permesso anche alla minoranza di votare, perché lo strapotere della maggioranza assicurerebbe comunque un governo e un parlamento fortemente razzisti e quindi, per assurdo, effettivamente rappresentativi della maggioranza della popolazione.
Si tratta di un esempio estremo ma fa capire come l’esistenza di meccanismi di rappresentatività, di per sé, non sia condizione sufficiente a dire che un Paese è civile.
Oggi questo aspetto è più che mai importante da comprendere, perché molte delle attuali democrazie stanno scivolando inesorabilmente verso politiche di discriminazione e di revisione dei dirtti umani. E tutto ciò avviene in modo del tutto “legittimo”, almeno dal punto di vista delle procedure formali.
D’altra parte, anche le cosiddette “leggi razziali”, per quanto inumane, furono comunque il prodotto di un processo legislativo, sebbene inserito in un contesto che di democratico aveva ormai ben poco. Ma il punto è: quando una democrazia smette di essere tale? In quale esatto momento?
Ne parleremo in un prossimo articolo.
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