Un articolo di Alessia Mangiola, in collaborazione con Daniele della pagina Facebook “Codice Rosso”.
Il femminismo di ieri era diverso. Era concreto, combattivo, puntava alla parità reale. Era un movimento fatto da uomini e donne che volevano cambiare la società, ridurre le disuguaglianze e superare stereotipi. Le donne che lottavano allora sapevano che la parità comportava anche rinunce e sacrifici mentre gli uomini che lo sostenevano avevano capito che essere maschi non significava dominare ma assumersi responsabilità con rispetto e sensibilità. Era una battaglia collettiva, chiara nel suo obiettivo: costruire una società più giusta.
Oggi, invece, il femminismo sembra aver perso direzione. Spesso appare come un meccanismo ideologico che finisce per creare un senso di colpa generalizzato negli uomini, trasformando ogni errore in una colpa collettiva del genere maschile. Ogni giorno emergono notizie di crimini commessi da donne contro uomini o contro i propri figli: maltrattamenti, infanticidi, stalking, estorsioni, false accuse. Eppure molti di questi casi restano marginali nel racconto pubblico. Raramente vediamo donne chiamate a rispondere delle loro azioni con la stessa durezza narrativa che viene usata nei confronti degli uomini. Si tende a giustificare, a minimizzare, a ricondurre tutto a una condizione di vittima permanente, anche quando i fatti raccontano altro. Qui sta la contraddizione: la violenza e la devianza non hanno genere, hanno nomi e cognomi. Eppure la narrazione dominante continua a rappresentare gli uomini come colpevoli e le donne come innocenti.
Io sono madre di quattro figli, due maschi e due femmine. Per me è semplice: voglio che tutti e quattro crescano nel rispetto, nella responsabilità e soprattutto nella non violenza. Non si può insegnare ai maschi a non picchiare e allo stesso tempo ignorare che anche tra ragazze, bambine e adolescenti esistono bullismo psicologico, manipolazione, esclusione e umiliazione. Il bullismo femminile è alto ma viene spesso trattato come un fenomeno secondario. Io vedo ogni giorno violenza emotiva tra ragazzine, aggressioni verso coetanei, minacce che arrivano fino a sfociare in reati gravi.
Non è una questione di genere bensì di educazione e di responsabilità individuale. Se parliamo di parità dobbiamo evitare semplificazioni: in pratica, questo vuol dire non accusare gli uomini di tutto e nemmeno santificare le donne ma, piuttosto, insegnare a maschi e femmine a essere persone civili e responsabili. Solo così i nostri figli potranno crescere senza dover convivere con stereotipi, accuse generalizzate e doppi standard.
Il femminismo di oggi dovrebbe interrogarsi su questo: smettere di rappresentare la donna come una “vittima eterna”, guardare i fatti per quello che sono e trattare uomini e donne come individui invece che come blocchi contrapposti, altrimenti rischiamo di crescere generazioni confuse e arrabbiate, incapaci di comprendere cosa sia davvero la parità.
Quando ero più giovane sentivo parlare del femminismo come di una battaglia concreta. Non parliamo di slogan, di identità da esibire ma di una richiesta precisa: stessi diritti, stesse opportunità, stessa dignità. Le donne degli anni Settanta scendevano in piazza per cambiare leggi che le penalizzavano davvero. Parlare di lavoro, divorzio, aborto, libertà personale aveva un senso storico chiaro.
Oggi il clima è diverso. Almeno una parte del femminismo più mediatico sembra meno concentrata sulla parità e più sulla contrapposizione: non più uomini e donne insieme a cercare equilibrio ma fazioni contrapposte.
Ed è qui che nasce il problema: se parità significa davvero uguaglianza, allora deve valere sempre, non solo quando la vittima è una donna o quando l’autore del reato è un uomo.
Esistono casi di donne che hanno distrutto uomini con accuse infondate; madri che hanno fatto del male ai propri figli; compagne che hanno perseguitato ex partner fino alla rovina psicologica o fisica. Quando l’autrice è donna, però, il racconto spesso cambia registro: si parla di fragilità, di raptus, di contesto, di disperazione, di trauma. Quando è un uomo, invece, si parla di cultura patriarcale, di educazione maschile, di violenza sistemica, di responsabilità collettiva.
Questo doppio binario è il nodo: la violenza esiste in entrambi i sessi e va combattuta.
Il femminismo degli anni Settanta chiedeva libertà e responsabilità insieme: libertà di lavorare, di scegliere, di non dipendere economicamente. Ma la libertà comporta responsabilità e se, come donne, vogliamo essere considerate soggetti pieni, dobbiamo accettare di essere giudicate come tali quando sbagliamo, senza scudi ideologici.
Oggi assistiamo anche a una trasformazione del linguaggio. Si parla continuamente di potere, di sistemi da smantellare, di educazione dei maschi, ma chi prova a discutere questi concetti viene spesso etichettato come retrogrado, maschilista, misogino, in pratica, contro le donne.
Questo non costruisce parità ma risentimento ed è quello che genera in molti uomi, uomini che invece dovrebebro essere alleati in questa battaglia per la non violenza.
La parità vera non è avere potere ovunque ma avere le stesse regole per tutti. È poter dire che un uomo vittima è una vittima, senza ironie. È poter dire che una donna colpevole è colpevole, senza attenuanti automatiche legate al genere.
Il punto è che se dividiamo il mondo in categorie morali già decise, non stiamo andando avanti ma stiamo creando un nuovo squilibrio. E lo dico da donna. Sinceramente non mi interessa essere protetta in quanto donna. Mi interessa essere rispettata in quanto persona e il rispetto, ci piaccia o meno, è sempre una strada a doppio senso. Non può essere selettivo o ideologico.
Il femminismo che unisce chiede diritti e si assume doveri, non usa il genere come scudo e non trasforma ogni critica in un attacco al sesso femminile. Se la parità è reale, deve valere sia quando conviene che quando non conviene e ci sono molte situazioni in cui non conviene perché il patriarcato, per secoli, non è stato sostenuto solo dagli uomini ma anche da molte donne. E lo è tuttora.
Se non facciamo così non possiamo parlare di reale parità ma solo di una nuova forma di privilegio raccontata con parole diverse.
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