Il Mediterraneo al tempo del cambiamento climatico


Siamo fortunati. Non esiste nessun altro mare al mondo come il Mediterraneo. Alcune fra le più ricche civiltà dell’antichità sono nate sulle sue coste. Ha permesso il commercio e le prime esplorazioni, ha unito popoli e visto innumerevoli conflitti. È la nostra casa, che si sia europei, asiatici o africani, siamo una sola faccia, una sola etnia, noi, popoli del Mediterraneo.

Ma qualcosa sta cambiando. Non parlo del fiorire o decadere delle civiltà che si sono susseguite nel corso dei secoli. È qualcosa di più importante perché è il Mediterraneo stesso a cambiare e ne siamo noi i responsabili e, dato che il Mediterraneo è un mare speciale e unico al mondo, anche il modo in cui sta cambiando è altrettanto unico e, bisogna dirlo, preoccupante. Il fatto è che noi dipendiamo da esso quanto lui dipende da noi, e noi lo abbiamo tradito.

Un bacino chiuso

Circa sei milioni di anni fa il Mediterraneo attraversò uno degli eventi più straordinari della sua storia geologica: quella che gli studiosi chiamano crisi di salinità del Messiniano. Il bacino si isolò progressivamente dall’Atlantico, il livello del mare scese drasticamente e gran parte dell’acqua evaporò, lasciando depositi di sale oggi visibili nei fondali. Poi, tra cinque e sei milioni di anni fa, l’oceano sfondò nuovamente lo sbarramento dove oggi si trova lo Stretto di Gibilterra. Come esattamente avvenne questa riapertura è ancora oggetto di ricerca: le evidenze geologiche suggeriscono un processo rapido e di grande portata, forse catastrofico, ma la scienza non ha ancora chiuso il dibattito su modalità ed entità di quegli eventi.

Quello stretto, però, rimase tale: quattordici chilometri di larghezza per trecento metri di profondità allo sbarramento. Tanto per farvi un’idea, la larghezza è quella di una piccola città vista dall’alto mentre la profondità è quella che coprirebbe appena per intero la Torre Eiffel.

Dall’altra parte di quel collo di bottiglia si apre un bacino grande quanto un quarto dell’Europa, con una profondità media di un chilometro e mezzo. Una sorta di oceano in miniatura ma con una caratteristica strutturale importante: tutto ciò che vi entra fa fatica a uscire. Gli oceanografi stimano che una singola molecola d’acqua che entra nel Mediterraneo dall’oceano impieghi mediamente tra ottanta e cento anni per tornare nell’Atlantico. Il Mediterraneo è un serbatoio che si rinnova molto lentamente, trattenendo quasi tutto ciò che riceve. Tenetelo ben presente man mano che andate avanti con la lettura di questo articolo.

Il fatto è che prima ancora di parlare di clima, temperature o eventi estremi, quello del Mediterraneo è un problema di geometria e di lentezza: la forma del bacino fa sì che l’acqua che ha assorbito calore non si mescoli rapidamente con le masse oceaniche atlantiche come avverrebbe in mare aperto, ma rimanga nel bacino per decenni. Il Mediterraneo scambia continuamente energia con l’atmosfera attraverso tutta la sua superficie, irradiando calore, cedendolo all’aria, evaporando, ma questa lenta circolazione interna gli conferisce una memoria termica lunga: il calore accumulato in una stagione si somma a quello delle stagioni precedenti, e il bilancio complessivo ha cominciato a spostarsi in modo visibile.

Ma di quanto calore stiamo parlando? E dove finisce esattamente?

Un serbatoio che accumula energia

Incominciamo distinguendo tre cose che spesso si confondono: la temperatura, il calore e l’energia interna. La temperatura descrive lo stato termico di un corpo, ovvero quanto sono agitati i suoi atomi. L’energia interna è l’energia che il corpo possiede. Il calore, invece, è energia in transito: è quella che si trasferisce da un corpo più caldo a uno più freddo proprio a causa di quella differenza di temperatura. Una volta che l’energia è arrivata a destinazione, non diciamo più che lì c’è «calore»: diciamo che l’energia interna del sistema è aumentata. Un’analogia utile è quella del conto corrente. Il saldo è l’energia interna; il bonifico è il calore. Il bonifico è denaro che viene trasferito ma, una volta arrivato sul conto, non diciamo che ci sono «diecimila euro di bonifico» ma piuttosto che il saldo è cresciuto di diecimila euro. Allo stesso modo il mare non «contiene calore» ma energia interna e può ricevere o cedere parte di questa energia sotto forma di calore. Quella che i climatologi misurano nel Mediterraneo è proprio questa energia interna accumulata nel tempo, che chiamano ocean heat content, ovvero contenuto termico dell’oceano. Questa energia è capace di mettere in moto grandi masse d’aria, far evaporare enormi quantità d’acqua, alimentare reazioni chimiche ed elettriche, tutti meccanismo che influenzano poi il clima.

L’acqua è straordinariamente brava a immagazzinare calore: ci vuole cinque volte più energia per scaldarla di quanto ne serva per scaldare la stessa massa d’aria. È per questo che le città costiere hanno estati meno torride e inverni meno gelidi rispetto all’entroterra: il mare funziona da ammortizzatore termico, assorbe quando fa caldo, cede quando fa freddo, ovvero regola. Basta mettere una grossa pentola piena d’acqua sul fuoco per rendersi conto di quanto tempo ci voglia per scaldare diversi litri di acqua. Pensate scaldare un intero mare.

Per capire la scala di quello che stiamo osservando nel Mediterraneo, vale un confronto diretto. La quantità di energia necessaria per scaldare di un solo grado Celsius i primi cento metri del bacino, ovvero lo strato che interagisce con l’atmosfera, è paragonabile a quella che brucerebbe l’intera umanità consumando elettricità, carburante e riscaldamento per quasi due anni interi. Peccato che il calore, di tutte le forme di energia, sia quella che si presta meno a essere riutilizzata, altrimenti avremmo risolto la crisi energetica. Può non piacerci, ma tutto quello che sto dicendo discende direttamente dalle leggi della fisica e non ci possiamo fare nulla se non cercare di capirle e sfruttarle, dove possibile, a nostro vantaggio. Quello che tuttavia va ben compreso è che non possiamo aggirarle e, soprattutto, abbiamo ben poco controllo quando operano su una scala così vasta come quella climatica.

Pensate che un semplice temporale primaverile di media intensità libera nell’atmosfera tanta energia quanta ne consumerebbe una città come Roma in un mese intero, eppure non ne potremmo recuperare nemmeno una piccola parte: quella potenza che potrebbe alimentare ospedali, treni e fabbriche per settimane si disperde in fulmini, tuoni e pioggia nel giro di poche ore. Nulla che possiamo utilizzare e tanto meno sappiamo come immagazzinare.

Ora, le misurazioni satellitari degli ultimi vent’anni mostrano che in alcune estati la temperatura superficiale del Mediterraneo ha superato di oltre due gradi la media storica su interi tratti di mare, non semplicemente su singole zone. Immagino che molti di voi diranno che due gradi non sono nulla. Che differenza fa se qualcosa ha una temperatura di 28 o 30 gradi Celsius? In realtà quell’aumento di temperatura rappresenta un’enorme quantità di energia termica immagazzinata. Se invece di una pentola per cuocere gli spaghetti doveste far bollire l’acqua di una piscina, servirebbe un’enorme quantità di gas e molto più tempo, giusto? Bene, immaginate quanto grande sia il nostro mare rispetto a una semplice piscina. Già solo aumentarne la temperatura di due gradi richiederebbe un’enorme quantità di energia. Figuriamoci farlo bollire.

Il punto però non è neppure la quantità di energia termica in sé ma quello che quel calore fa quando non riesce a dissiparsi. I meccanismi attraverso cui il mare cede energia all’atmosfera sono diversi: irradia calore a onde lunghe, cede calore diretto all’aria che vi scorre sopra quando quest’ultima è più fredda e, soprattutto, evapora. L’evaporazione è in assoluto il processo più rilevante per capire cosa succede all’atmosfera sopra il Mediterraneo, perché trasferisce energia in una forma particolarmente mobile e concentrata, pronta a scaricarsi altrove.

Il Mediterraneo non è quindi semplicemente una grande massa d’acqua che si riscalda ma una batteria che si carica nel corso degli anni e che, prima o poi, dovrà trovare un modo per scaricarsi.

Una caldaia sotto pressione

Quando l’acqua evapora, non trasferisce all’aria sovrastante soltanto una massa di vapore ma cede anche una grande quantità di energia interna del mare e lo fa in modo silenzioso, senza che l’aria diventi immediatamente più calda. Qui torna cruciale la distinzione di prima: l’energia non diventa necessariamente temperatura ma cambia forma, ovvero contribuisce al cambiamento di stato. Ogni chilogrammo d’acqua che passa dallo stato liquido a quello gassoso porta con sé una quantità di energia circa sette volte superiore a quella che servirebbe per portare la stessa acqua da zero a ottanta gradi Celsius. Quell’energia, che i fisici chiamano calore latente, non scompare ma rimane annidata nel vapore e viene trasportata in quota finché la massa d’aria non si raffredda e la rilascia di colpo, come un condensatore che si scarica.

Il Mediterraneo evapora ogni anno più di quanto ne riceva da piogge e fiumi messi insieme: il deficit netto è dell’ordine di mezzo metro d’acqua sull’intera superficie ogni anno. Per compensare questa perdita, richiama acqua dall’Atlantico attraverso Gibilterra in superficie, mentre in profondità spinge fuori acqua più densa e salata. È un circolo continuo che, con un mare più caldo, gira più velocemente: più evaporazione, più vapore in atmosfera, più energia latente pronta a scaricarsi. Un’enorme macchina a vapore, su una scala che non ha paragoni con qualsiasi tecnologia umana. Non intendiamo dire che l’essere umano non riesca a influenzare il clima: al contrario, lo abbiamo già alterato in modo significativo con le nostre emissioni. Quel che non abbiamo è la capacità di controllare i singoli meccanismi: possiamo alzare la temperatura media del pianeta, ma non siamo in grado di dirigere un temporale o di rallentare una corrente a getto a comando. Vedremo più avanti di cosa si tratti.

L’effetto pratico è che l’atmosfera sopra il Mediterraneo estivo si comporta sempre di più come una caldaia sotto pressione. Quando quella massa d’aria umidissima e calda sale, si raffredda e condensa, produce un evento temporalesco concentrato, violento e terribilmente rapido. Non più una pioggia anche battente ma che dura per alcune ore o giorni, bensì la stessa quantità di acqua scaricata in pochi minuti. È la stessa differenza tra innaffiare un giardino con un annaffiatoio e svuotarci sopra un secchio di quelli usati dagli elicotteri che spengono gli incendi.

Attenzione, però: non è che il fatto che il Mediterraneo sia più caldo comporti necessariamente più pioggia nell’anno. Alla fine la quantità complessiva di pioggia può essere la stessa, ma il modo in cui si presenta è più estremo, rapido e quindi anche complesso da assorbire per il suolo e per i fiumi. Il che poi comporta allagamenti, alluvioni, inondazioni.

Ma perché questa energia non si distribuisce uniformemente? Perché si concentra su certi luoghi in certi momenti? Per trovare la risposta dobbiamo salire a ben diecimila metri di quota.

Un fiume in alta quota

A diecimila metri di altitudine, sopra il Mediterraneo, scorre una corrente d’aria che viaggia alla velocità di un aereo di linea: si chiama corrente a getto polare (polar jet stream). Questa corrente separa fisicamente l’aria fredda artica da quella calda subtropicale e, scorrendo da ovest verso est, funziona da guida per tutti i sistemi meteorologici che attraversano l’Europa. Quando scorre dritta e veloce è come un fiume in piena che spinge tutto davanti a sé con ritmo regolare: le perturbazioni arrivano, passano, lasciando il posto al bel tempo. Il meteo è comunque variabile ma rimane ciclico e prevedibile. È un po’ come un vigile che dirige il traffico.

Il problema sorge quando la corrente a getto rallenta. A quel punto si comporta esattamente come un fiume quando inizia a formare anse, a incurvarsi e a perdere la direzione principale. In quelle anse i sistemi meteorologici finiscono per impigliarsi e incastrarsi: ad esempio, un anticiclone rimane bloccato sopra l’Europa meridionale per settimane invece di spostarsi, portando siccità e caldo prolungati; oppure una depressione ristagna sullo stesso territorio, scaricando piogge intense sugli stessi bacini già saturi. I risultati sono disastrosi e li possiamo vedere già da alcuni anni. Inondazioni nell’Europa centrale, piccoli tornado nell’Italia settentrionale, ondate di caldo sopra i 40°C in Francia o in Olanda.

Una delle spiegazioni più studiate in relazione al cambiamento climatico riguarda il riscaldamento dell’Artico. Il gradiente di temperatura tra le latitudini artiche e quelle temperate si sta riducendo, perché l’Artico si scalda circa quattro volte più rapidamente del resto del pianeta, secondo le misurazioni satellitari. Pensate al gradiente come a una scala: se unisce pianerottoli a diversa altezza è ripida, ma se i due piani si avvicinano, diventa piatta. Se fate rotolare qualcosa da una scala ripida, acquisirà molta energia, ma se lo fate da pochi gradini, l’effetto sarà molto ridotto. Meno differenza di temperatura significa meno energia per la corrente, il che si traduce in un getto che rallenta, si attorciglia e crea sacche in cui le perturbazioni restano intrappolate. Questa connessione è sostenuta da varie evidenze ed è oggetto di ricerca attiva: la comunità scientifica è ancora al lavoro per precisarne l’entità e la robustezza, e il legame tra amplificazione artica e persistenza degli eventi estremi alle medie latitudini rimane uno dei terreni più vivi della climatologia attuale. Resta comunque il fatto che è ormai un’evidenza sperimentale.

Fin qui abbiamo parlato di meccanismi che si svolgono nell’arco di settimane, ma esiste un regolatore che opera su scale di secoli e anch’esso sta mostrando segni di cedimento.

Un nastro che rallenta

Nell’Atlantico settentrionale esiste un meccanismo che gli oceanografi chiamano circolazione termoalina atlantica, o AMOC, e che funziona come un nastro trasportatore verticale. L’acqua calda e salata viaggia in superficie verso nord, cede il suo calore all’Europa nord-occidentale, si raffredda, diventa più densa e cola verso gli abissi oceanici, poi si sposta di nuovo verso i tropici dove risale lentamente in superficie per essere riscaldata di nuovo. Il ciclo si svolge su scale di secoli o millenni. Non è esattamente la versione semplificata chiamata Corrente del Golfo, che avrete sicuramente studiato a scuola, anche se la include come componente: l’AMOC è un sistema molto più ampio che abbraccia vaste porzioni dell’Atlantico e alla fine si connette anche ad altri oceani.

Questo nastro porta verso l’Europa settentrionale una quantità di energia termica che supera di oltre cento volte tutta la produzione elettrica mondiale messa insieme. Non è un’esagerazione. Stiamo parlando di una quantità di energia semplicemente impensabile. È la ragione per cui Londra, che si trova alla stessa latitudine di Calgary, ha inverni temperati invece che siberiani. È anche il motore indiretto delle stagioni mediterranee così come le conosciamo da tremila anni: estate secca, inverno piovoso, transizioni graduali e prevedibili, il ritmo su cui si è costruita l’agricoltura di tutto il bacino e quindi la macchina che sta dietro lo sviluppo delle civiltà mediterranee. Senza di esso, probabilmente noi non saremmo qui o almeno, la nostra civiltà sarebbe molto diversa.

Le misurazioni dirette di questa corrente, disponibili sistematicamente solo dall’inizio del millennio, mostrano un rallentamento significativo rispetto alle stime storiche. Le ricostruzioni indirette, ricavate dai sedimenti marini e dalla composizione dei coralli, suggeriscono che siamo al punto più lento degli ultimi sedici secoli. La causa principale identificata è l’acqua dolce che si riversa nell’Atlantico dallo scioglimento dei ghiacci della Groenlandia: meno salata, meno densa, incapace di colare verso il fondo con la stessa efficienza. L’IPCC valuta come molto probabile che la circolazione si indebolisca ulteriormente nel corso del ventunesimo secolo, anche se un collasso completo nei prossimi decenni rimane considerato molto improbabile, pur essendo fisicamente possibile. Speriamo solo non avvenga.

Per il Mediterraneo, tuttavia, già un rallentamento progressivo è sufficiente a destabilizzare il ritmo delle stagioni. Non significa necessariamente temperature più basse ma perdere quella regolarità che ha reso l’area ospitale per millenni di civiltà agricola, con estati più secche e inverni più irregolari e imprevedibili. L’impatto sulla nostra economia, soprattutto quella di Paesi come Italia, Grecia e Spagna, che si affacciano sul Mediterraneo, sarebbe impressionante.

Abbiamo così un bacino che trattiene il calore, un’atmosfera che lo accumula sotto forma di vapore, una circolazione atmosferica che perde la sua regolarità e un nastro oceanico che rallenta. Cosa succede quando tutte queste condizioni si presentano insieme?

Uno sguardo al passato recente

Nel settembre del 2023, una perturbazione chiamata Daniel si abbatté sulla Libia orientale. In meno di ventiquattro ore scaricò sulla città di Derna una quantità di pioggia equivalente a quella che quella zona riceve normalmente nell’arco di un intero anno. Le infrastrutture idrauliche, costruite per gestire i ritmi ordinari di un clima semi-arido, collassarono, così come cedettero due dighe la cui rottura amplificò ulteriormente la catastrofe. I morti accertati superarono i quattromila, mentre migliaia di persone rimasero disperse. Quell’estate il Mediterraneo orientale aveva registrato temperature superficiali di oltre due gradi e mezzo sopra la media storica: l’atmosfera sopra quelle acque era satura di vapore in misura eccezionale, e Daniel si alimentò direttamente di quella carica accumulata per mesi.

Nell’ottobre del 2024, una depressione mediterranea si incastrò per ore sulla Comunità Valenciana, in Spagna. In alcune zone scaricò in poche ore quello che normalmente cade in un anno: i fiumi non riuscirono ad assorbire quel volume, tracimarono, invasero le pianure sottostanti. Oltre duecento persone morirono. Uno studio dell’agenzia meteorologica spagnola AEMET, pubblicato nel 2026, ha stimato che il cambiamento climatico di origine antropica abbia aumentato del 21% l’intensità delle precipitazioni intragiornaliere e del 19% il volume complessivo di pioggia nel bacino colpito: il Mediterraneo insolitamente caldo a fine ottobre fu il carburante che amplificò un evento già di per sé severo.

Questi non sono incidenti isolati collegati a posteriori da una narrazione conveniente. Sono eventi coerenti con quello che la fisica prevede quando un mare più caldo alimenta un’atmosfera più satura e una circolazione atmosferica meno capace di distribuire l’energia in modo uniforme. I modelli climatici non sono in grado di prevedere singoli eventi come Daniel o Valencia ma descrivono variazioni statistiche di probabilità e intensità all’interno delle quali quegli eventi hanno un’elevata probabilità di formarsi. Ebbene, le tendenze che descrivono, un Mediterraneo più caldo, precipitazioni più concentrate, eventi estremi più intensi, si stanno avverando in modo coerente con quelle proiezioni.

Vediamo di capirci: non stiamo parlando di meteo, soggetto a situazioni locali che possono essere influenzate da innumerevoli fattori e quindi da previsioni più o meno affidabili. Una previsione meteorologica si può sbagliare, una perturbazione può cambiare direzione, un insieme di nuvole può scaricare prima o dopo il previsto. Qui parliamo di modelli climatici, di strutture il cui comportamento sotto certe condizioni è descrivibile statisticamente e le tendenze che descrivono sono quelle che in effetti stiamo osservando. IL fatto che in passato un certo evento sia avvenuto è irrilevante. Non è l’evento in sé, ma il fatto che sia causato da un sistema fuori equilibrio che di eventi così e anche più intensi non ne genera uno o due in un anno, ma decine se non centinaia. Questa è la differenza che molti negazionisti non comprendono.

Un debito che non si cancella

C’è un principio fisico che vale la pena capire fino in fondo, perché è il più controintuitivo e anche il più importante: il calore già accumulato nell’oceano non dipende più dalle emissioni future. È già lì. L’acqua ha un’inerzia termica enorme, e il Mediterraneo ci metterà decenni a raggiungere un nuovo equilibrio, indipendentemente da qualsiasi scelta fatta da qui in avanti. Anche se domani mattina ogni motore a combustione del pianeta si spegnesse simultaneamente, il sistema continuerebbe a rispondere al calore già assorbito: le perturbazioni continuerebbero ad alimentarsi di un mare più caldo del normale, i regimi di precipitazione rimarrebbero alterati, i meccanismi di circolazione impiegherebbero tempo a ristabilirsi.

È la stessa inerzia che mantiene il mare caldo a settembre anche quando l’aria si sta già rinfrescando: il calore assorbito in mesi di estate non si disperde in pochi giorni e il mare continua a cederlo lentamente all’atmosfera anche molto dopo che la stagione è cambiata. La differenza qui è la scala temporale: per il Mediterraneo, quei pochi giorni diventano decenni.

Non si tratta più di scegliere se questo cambiamento accadrà, perché in larga misura è già accaduto, ma le emissioni future continuano a fare una differenza enorme per quanto altro si aggiungerà al debito e per quanto sarà lungo e intenso il percorso verso un nuovo equilibrio. È una distinzione che cambia completamente il senso della conversazione: non è più questione se il cambiamento climatico ci sia o meno e neppure quanto sia il fattore antropico, ma quanto vogliamo che sia grave un cambiamento che è già in atto e quanto tempo servirà, sempre che riuscissimo a farlo, per tornare indietro. A questa domanda non è certo la fisica che può rispondere. A farlo devono essere la politica, le scelte economiche e, in definitiva, ciascuno di noi. La fisica si è già espressa con sufficiente chiarezza, anche se molti continuano a non capire e a rifugiarsi in assunti senza fondamento.

Qualcuno, a questo punto, potrà voler scaricare la responsabilità sui governi o sulle industrie, affermare: io, cosa posso fare? Ma la politica vive di consensi e finché ci saranno milioni di persone che negano l’evidenza, ci sarà una politica che cercherà di catturarne i consensi non facendo quello che invece va fatto. Le industrie vivono di prodotti e servizi e finché continueremo a sostenere quelle aziende che si rifiutano di cambiare, loro continueranno a produrre con modalità che renderanno la situazione sempre più grave. Quindi, sì: ognuno di noi può e deve fare qualcosa perché quando gli “ognuno” diventano “molti” se non “tutti”, allora le cose cambiano.

Il Mediterraneo non sta aspettando che si decida se credergli o meno. Si sta già adattando, con i soli mezzi che ha: più calore, più vapore, più intensità. Quello che ancora possiamo scegliere è con quanta urgenza vogliamo capire quello che ci sta dicendo e non sembra che la maggior parte delle persone vogliano ascoltarlo. Farlo, vorrebbe dire ammettere che per anni abbiamo sbagliato. Farlo, per chi ha deriso gli scienziati ed è andato dietro a politici solo in cerca di facili consensi, vorrebbe dire assumersi delle responsabilità e questo troppi ancora non sono pronti a farlo.


2 commenti su “Il Mediterraneo al tempo del cambiamento climatico
  1. Alberto Rasà ha detto:

    Un’analisi molto chiara e drammatica.
    Me ne ricorderò.
    Spero vivamente che raggiunga più persone possibili.
    Grazie del contributo.

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