Non so se ci stiamo rendendo conto di quello che sta succedendo nel mondo. Paesi come gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Germania e l’Italia stanno assumendo tratti che abbiamo sempre attribuito ai regimi che consideriamo illiberali, e se è vero che siamo ancora lontani dall’esserlo davvero, le nostre libertà vengono erose un passo alla volta, con un processo lento e costante in cui nessun singolo provvedimento appare mai decisivo. È la ciotola di riso che si svuota un granello alla volta.
Negli Stati Uniti la macchina delle espulsioni ha raggiunto una scala senza precedenti: 605mila deportazioni dichiarate dal Dipartimento della Sicurezza Interna per il 2025, un dato che il Center for Migration Studies giudica gonfiato e non verificabile visto che il Dipartimento ha smesso di pubblicare i numeri, mentre il Deportation Data Project conta 350mila rimozioni dal 20 gennaio 2025 escludendo chi viene respinto al confine. Alla fine di giugno 2026, in cinque giorni, l’ICE ha arrestato più di diecimila persone, e a luglio i trattenuti erano 65.765, vicini al record di 69mila di gennaio. Fra chi viene fermato prevale chi non ha alcun precedente penale, mentre il 70 per cento dei detenuti attuali non ha condanne.
Le morti non sono incidenti isolati ma un dato strutturale. Almeno trenta persone sono morte nei centri di detenzione dell’ICE nel 2025, il livello più alto in vent’anni, e Human Rights Watch ne contava altre diciotto nei primi mesi del 2026, cinque delle quali classificate come apparenti suicidi. A queste si aggiungono le persone uccise durante le operazioni sul campo, con il Wall Street Journal che fra luglio 2025 e gennaio 2026 ha contato almeno una decina di sparatorie che coinvolgevano agenti dell’ICE.
Le vittime americane sono tre. Il primo caso è quello di Ruben Ray Martinez, cittadino statunitense di ventitré anni, ucciso con tre colpi il 15 marzo 2025 a South Padre Island, in Texas, da un agente federale: il coinvolgimento dell’ICE è stato tenuto nascosto per undici mesi ed è emerso nel febbraio 2026 soltanto grazie a una causa per l’accesso agli atti promossa da American Oversight, un gran giurì della contea ha rifiutato di formulare accuse e l’unico testimone oculare, Joshua Orta, che contestava la ricostruzione ufficiale e si era detto pronto a collaborare con le indagini, è morto in un incidente stradale pochi giorni dopo la rivelazione. Il 7 gennaio 2026 a Minneapolis l’agente Jonathan Ross ha ucciso con tre colpi Renée Nicole Good, trentasette anni, madre di tre figli, disarmata e ferma in auto: il Washington Post ha verificato che l’agente non si trovava sulla traiettoria del veicolo quando ha sparato, mentre la segretaria Kristi Noem la definiva terrorista domestica
. Il 24 gennaio Alex Pretti, trentasette anni, infermiere di terapia intensiva nell’ospedale dei veterani, è stato colpito almeno dieci volte in cinque secondi da due agenti della polizia di frontiera mentre filmava con il telefono e si era messo fra un agente e una donna spinta a terra: Reuters, BBC, New York Times, CNN e Guardian hanno tutti concluso che in mano avesse il cellulare, non la pistola che deteneva legalmente, e i video mostrano un agente che gli sfila l’arma dalla fondina circa un secondo prima che un altro faccia fuoco. In entrambi i casi gli investigatori statali si sono visti negare dal governo federale l’accesso alla scena, e quando i vertici della divisione diritti civili del Dipartimento di Giustizia hanno rinunciato ad aprire un’indagine costituzionale più di una dozzina di procuratori federali si sono dimessi in segno di protesta.
Poi l’estate ha aggiunto altri nomi. Il 7 luglio 2026 a Houston un agente ha ucciso durante un controllo stradale Lorenzo Salgado Araujo, cinquantadue anni, messicano residente negli Stati Uniti da trentacinque, che stava accompagnando la sua squadra di operai in cantiere: la versione federale parla di un’auto usata come arma, i figli e i testimoni la smentiscono e raccontano di un uomo lasciato agonizzante sull’asfalto mentre completava le pratiche per il permesso di soggiorno. Il 13 luglio a Biddeford, nel Maine, gli agenti hanno ucciso Joan Sebastian Durán Guerrero, venticinque anni, colombiano, regolarmente autorizzato a lavorare e titolare di un numero di previdenza sociale, mentre stava in auto con la moglie e la figlia. Il giorno dopo, in Florida, un ventottenne è morto investito da un camion mentre cercava di sottrarsi a un fermo. Dopo queste due morti il Dipartimento aveva annunciato una sospensione temporanea dei controlli stradali, che Trump ha smentito nel giro di ventiquattr’ore rivendicando il fermo stradale come uno degli strumenti più importanti ed efficaci dell’ICE
.
La deportazione di un cittadino statunitense è illegale e incostituzionale, il che non ha impedito che avvenisse. Il 4 febbraio 2025 una bambina americana di dieci anni in cura per un tumore al cervello è stata espulsa in Messico con i genitori e quattro fratelli, fermati a un posto di blocco mentre andavano a una visita medica urgente. Il 25 aprile 2025 sono stati portati in Honduras tre bambini cittadini americani: una di due anni, indicata negli atti come V.M.L., e due fratelli di sette e quattro anni, il più piccolo con un tumore al quarto stadio, cui l’ICE ha negato i farmaci durante il trattenimento e ha impedito di portarli con sé, pur sapendo che era in terapia. Il giudice federale Terry Doughty ha parlato di una deportazione illegale e incostituzionale
e di un forte sospetto che il governo abbia appena deportato una cittadina statunitense senza alcun processo effettivo
; il consulente per i confini Tom Homan ha risposto definendo i bambini anchor babies
e Marco Rubio ha sostenuto che non erano stati deportati, ma erano andati con le madri
. L’11 gennaio 2026 Génesis Ester Gutiérrez Castellanos, cinque anni, cittadina americana di Austin, è stata portata in Honduras sulla base di un ordine di espulsione del 2019, emesso un anno prima che nascesse. Il 7 aprile 2026 Brian Morales, adulto nato a Denver, è stato deportato in Messico dopo un controllo stradale della polizia di frontiera: racconta di essere stato ignorato quando ha detto di avere a casa la prova della cittadinanza e di aver firmato una rimozione volontaria sotto la minaccia di un’incriminazione per frode. Non sono novità assolute, perché il Government Accountability Office ha accertato che fra il 2015 e il 2020 l’ICE ha deportato fino a settanta cittadini statunitensi, e il Transactional Records Access Clearinghouse ne ha contati 2.840 indicati come espellibili fra il 2002 e il 2017, 214 dei quali finiti in custodia. La differenza è che oggi la pratica è dichiarata: nell’aprile 2025, ricevendo Bukele alla Casa Bianca, Trump ha detto che dopo gli stranieri vengono i nati in casa
e che al Salvador servirebbero altre cinque prigioni.
Sul trattenimento la cifra minima accertata è di oltre 170 cittadini statunitensi tenuti in custodia contro la loro volontà entro l’ottobre 2025, secondo la ricostruzione di ProPublica, e il governo non tiene un conteggio proprio. Il criterio operativo è dichiarato: il 90 per cento delle persone prese di mira è di origine latinoamericana, un arresto su cinque riguarda latinos fermati in strada senza precedenti né ordine di espulsione, e nel settembre 2025 la Corte Suprema ha stabilito che gli agenti possono trattenere una persona sulla base dell’aspetto, della lingua parlata o dell’accento. Sono stati fermati portoricani, che sono cittadini statunitensi dal 1917, e membri della Navajo Nation, che ha dovuto pubblicare un vademecum in cui raccomanda ai propri iscritti di portare sempre con sé un documento e di far memorizzare ai figli il numero di previdenza sociale. Nel settembre 2025 undici eletti dello Stato e della città di New York sono stati arrestati mentre tentavano di ispezionare le celle del decimo piano del 26 di Federal Plaza, che un giudice aveva già ordinato di non riempire oltre i limiti igienici.
Il capitolo delle espulsioni verso Paesi terzi è quello in cui lo stato di diritto scompare del tutto. Secondo il tracciamento dello US Committee for Refugees and Immigrants, a giugno 2026 oltre 19mila persone erano state deportate in almeno venticinque Paesi. Il 17 aprile 2026 quindici uomini e donne di Colombia, Ecuador e Perù sono stati portati a Kinshasa, nessuno dei quali parla francese e tutti titolari di una protezione giudiziaria contro la rimozione, e sono stati tenuti in albergo per tre mesi; a maggio i voli verso il Congo sono stati sospesi per l’epidemia di ebola. Panama è diventata una piattaforma di rimpatrio finanziata dagli Stati Uniti che rispedisce le persone soprattutto in Ecuador e Colombia, e nel gennaio 2026 un giudice ha stabilito che un lavoratore dello Stato di New York dovesse chiedere asilo dall’Ecuador, Paese con cui non aveva alcun legame. Che significhi mandare qualcuno a morire lo sappiamo da prima: nel rapporto Deported to Danger
Human Rights Watch aveva documentato 138 salvadoregni uccisi dopo l’espulsione dagli Stati Uniti e oltre settanta picchiati, torturati, ricattati o violentati. Nel bilancio complessivo delle morti legate alla campagna di espulsioni figurano anche quattro donne haitiane assassinate dopo essere state deportate da Porto Rico, e restano oltre tredicimila persone di cui si sono perse le tracce, novemila delle quali in El Salvador. Il precedente giuridico è il marzo 2025, quando l’amministrazione ha invocato l’Alien Enemies Act del 1798, legge di guerra usata prima solo nel 1812 e nei due conflitti mondiali, per trasferire oltre duecento venezuelani nel CECOT, dove Human Rights Watch documenta sovraffollamento, torture e morti: fra loro Kilmar Abrego Garcia, residente in Maryland con una protezione giudiziaria esplicita contro il rimpatrio in El Salvador, deportato per un errore amministrativo
ammesso dal governo, che poi si è opposto al suo ritorno. Nel dicembre 2025 il giudice James Boasberg ha stabilito che a quelle persone era stato negato il giusto processo, e un funzionario dell’ICE aveva messo a verbale che l’assenza di informazioni su ciascuno di loro dimostrava il rischio che rappresentavano.
Il mondo della ricerca è stato colpito con lo stesso metodo. Il caso di Kseniia Petrova, bioinformatica al Kirschner Lab di Harvard, fuggita dalla Russia dopo essere stata arrestata per le proteste contro la guerra in Ucraina e trattenuta quattro mesi in Louisiana per non aver dichiarato campioni di embrioni di rana, con un’accusa penale che prevedeva fino a vent’anni, è soltanto il più citato. Marco Rubio ha rivendicato la revoca di oltre trecento visti a studenti e ricercatori spiegando che ogni volta che ne trovo uno di questi pazzi, gli tolgo il visto
, e un’analisi dell’Associated Press ha individuato almeno 1.024 studenti in 160 istituzioni colpiti dalla cancellazione dello status, nella grande maggioranza dei casi senza alcun ruolo nelle proteste. Mahmoud Khalil, laureato alla Columbia e titolare di green card, è stato arrestato e trasferito in Louisiana; Rümeysa Öztürk, dottoranda turca alla Tufts e borsista Fulbright, è stata prelevata in strada da sei agenti in borghese e portata in Louisiana in violazione di un ordine giudiziario, e gli atti processuali hanno confermato che l’unico motivo era un editoriale sul giornale studentesco. Il 22 gennaio 2026, nella causa AAUP contro Rubio, un giudice federale del Massachusetts ha stabilito che la politica di arrestare e trattenere studiosi per le loro opinioni viola il Primo Emendamento.
Nel Regno Unito la deriva passa attraverso la legislazione antiterrorismo. Il 5 luglio 2025 il governo laburista ha inserito Palestine Action fra le organizzazioni proscritte ai sensi del Terrorism Act 2000, dopo il danneggiamento di due aerei in una base della RAF, con la conseguenza che esprimere sostegno al gruppo è diventato un reato punibile fino a quattordici anni. Il cartello per cui si viene arrestati recita mi oppongo al genocidio, sostengo Palestine Action
: chi dichiara in pubblico che il genocidio va fermato con quelle parole finisce incriminato in base a una legge antiterrorismo. I numeri del ministero dell’Interno dicono che nell’anno chiuso al 31 marzo 2026 gli arresti per attività legate al terrorismo in Gran Bretagna sono stati 3.061, con un aumento del 1.186 per cento, e che 2.819 riguardavano il sostegno a Palestine Action; alla primavera 2026 il totale aveva superato i 3.300, con circa quattrocento processi in preparazione. In una sola giornata, il 9 agosto 2025, a Londra sono state arrestate 890 persone, 857 in base alla normativa antiterrorismo. L’11 aprile 2026 a Trafalgar Square ne sono state fermate 523, di età compresa fra i diciotto e gli ottantasette anni, fra cui un uomo anziano in sedia a rotelle e una donna che camminava con i bastoni. Il 30 luglio 2026, davanti alla Westminster Magistrates’ Court, altre 117. L’Alto commissario ONU per i diritti umani Volker Türk ha chiesto al governo di revocare la proscrizione, definendola un uso improprio e allarmante della legislazione antiterrorismo. Nel febbraio 2026 l’High Court ha dichiarato illegittima quella decisione perché sproporzionata rispetto agli articoli 10 e 11 della Convenzione europea, la polizia ha continuato ad arrestare comunque, il 15 giugno la Corte d’appello ha ribaltato la sentenza e alla fine di luglio è stato autorizzato il ricorso alla Corte Suprema. Il governo di Andy Burnham, entrato a Downing Street il 20 luglio, ha confermato la linea del predecessore.
Ai giornalisti tocca il capitolo successivo. Il National Security (State Threats) Act, entrato in vigore l’8 luglio 2026 dopo un passaggio parlamentare accelerato, punisce con pene fino a quattordici anni chi sostiene, assiste o ottiene benefici materiali
da organizzazioni designate come legate a poteri stranieri ostili. Sia David Anderson sia Jonathan Hall, cioè il precedente e l’attuale revisore indipendente della legislazione antiterrorismo, hanno avvertito che il testo può travolgere i corrispondenti esteri che parlino con fonti interne a quei gruppi. Il governo ha accettato un emendamento che introduce la scusante del motivo ragionevole
e ripete che il giornalismo legittimo è protetto, però la protezione resta affidata alla discrezionalità di chi decide se procedere, che è esattamente la condizione in cui un cronista smette di occuparsi di certi argomenti. Non è teoria: nell’ottobre 2024 la polizia antiterrorismo ha perquisito il giornalista Asa Winstanley e gli ha sequestrato i dispositivi senza mai formulare un’accusa, e un tribunale ha poi giudicato illegittimo il mandato.
In Germania la repressione ha una regia amministrativa più che penale. La polizia di Berlino ha vietato l’uso dell’arabo negli slogan delle manifestazioni per la Palestina, ammettendo solo tedesco e inglese, ha proibito formulazioni e rivendicazioni specifiche e nell’aprile 2026 ha aggiunto il divieto di inscenare atti di violenza simulata durante i cortei, tre giorni dopo una performance contro la legge israeliana sulla pena di morte per i palestinesi condannati per terrorismo. L’Ufficio federale per la protezione della Costituzione ha pubblicato un dossier sull’estremismo laico pro-palestinese
che inserisce fra i simboli sotto osservazione la fetta d’anguria e l’Handala di Naji al-Ali. Nell’ottobre 2025 sei relatori speciali del Consiglio ONU per i diritti umani hanno denunciato una violenza poliziesca continuativa, con divieti di manifestazione, arresti arbitrari e criminalizzazione dell’attivismo, mentre l’European Legal Support Center ha documentato 766 azioni contro la solidarietà con la Palestina fra il 2019 e il 2025, di cui 175 casi di censura e 89 eventi cancellati.
In Italia il metodo è la decretazione d’urgenza. Sono sei i decreti sicurezza in tre anni e mezzo, con un ricorso sistematico alla fiducia che riduce il Parlamento a ratificatore. Il decreto legge 48/2025, convertito nella legge 80 del 9 giugno 2025, ha introdotto quattordici nuovi reati e nove aggravanti, fra cui il blocco stradale col proprio corpo, l’aggravante per chi ostacola infrastrutture strategiche, la rivolta negli istituti penitenziari e nei centri di trattenimento per migranti, con la punibilità della resistenza passiva. Un anno dopo la legge 54/2026 ha aggiunto il fermo preventivo fino a dodici ore nel contesto delle manifestazioni, l’estensione dei poteri di fermo, identificazione e perquisizione senza autorizzazione preventiva del giudice e l’ampliamento dei Daspo. Amnesty International, nella dichiarazione pubblica del 30 giugno 2026, ne ha chiesto la modifica rilevando che numerose disposizioni sono incompatibili con gli obblighi internazionali dell’Italia e che lo Stato interviene ormai in una fase antecedente al reato, sulla base della pericolosità presunta di categorie di persone anziché di responsabilità accertate. Nei primi due mesi di applicazione si contano centinaia di procedimenti a carico di sindacalisti, attivisti e partecipanti a manifestazioni pacifiche, molti legati a iniziative di solidarietà con la popolazione palestinese, contestando la mancata notifica del corteo o le nuove norme sul blocco stradale e ferroviario.
Che senza Mattarella saremmo messi peggio non è un’impressione. Nell’aprile 2025 il governo ha ripreso un disegno di legge fermo in Parlamento da un anno e mezzo e lo ha ricopiato quasi integralmente in un decreto, espungendo i sei punti che il Quirinale aveva giudicato inaccettabili. Nell’aprile 2026 il Presidente ha obiettato all’articolo 30-bis, comparso in sede di conversione, che prevedeva un premio di 615 euro agli avvocati capaci di portare a termine un rimpatrio volontario, convocando al Quirinale il sottosegretario competente e ottenendo l’annuncio di un decreto correttivo. Il decreto sicurezza del 2026 è stato firmato diciannove giorni dopo il Consiglio dei ministri che lo aveva varato, e in quei diciannove giorni il fermo preventivo è passato da un presupposto affidato alle circostanze di fatto
valutate dagli agenti alla necessità di un pericolo attuale, con l’obbligo di comunicazione a un magistrato che può disporre il rilascio immediato. Resta il fatto che una garanzia costituzionale affidata alla sensibilità personale di chi occupa il Quirinale è una garanzia fragile, e il mandato di Mattarella scade nel 2029.
Il problema, quando la legge stessa discrimina e fa da scudo, è che il rispetto della legge non basta più. In Italia lo scudo è diventato una procedura: in presenza di una causa di giustificazione il pubblico ministero effettua un’annotazione preliminare, senza iscrivere l’agente nel registro degli indagati. Il rapporto Amnesty 2026 segnala per l’Italia il perdurare di una cultura dell’impunità, con la condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo del giugno 2025 per un caso di maltrattamenti in stato di fermo del 2001 in cui, dei trentuno agenti incriminati, molti hanno visto il procedimento chiudersi per prescrizione, e con l’indagine su quarantadue persone, fra direttori e personale sanitario, per gli abusi ai danni di trentatré ragazzi in un carcere minorile milanese. Il governo ha inoltre sdoganato un linguaggio e una mentalità che autorizzano la mano pesante, e chi in Polizia e fra i Carabinieri continua a lavorare con scrupolo lo fa per etica professionale: l’etica professionale è precisamente ciò che le norme di questi anni rendono facoltativo, perché ampliano la discrezionalità e riducono a zero la probabilità di conseguenze.
Qualcuno obietterà che il 22 e 23 marzo 2026 gli italiani hanno bocciato col 53,6 per cento di no la riforma costituzionale della giustizia, con un’affluenza del 58,9 per cento, la seconda più alta nella storia dei referendum costituzionali. L’obiezione non regge, perché quella era una questione istituzionale e politica su cui pesavano la contrarietà della magistratura, la mobilitazione di 170 professori di diritto costituzionale e i dubbi di una parte dello stesso elettorato di destra, che non ha visto nella separazione delle carriere un miglioramento della propria vita quotidiana. Sui decreti sicurezza e sull’immigrazione non esiste nulla di simile: passano nel disinteresse generale, con l’opinione pubblica che li percepisce come misure contro qualcun altro, ed è esattamente lì che la destra avanza in fretta e senza costi elettorali. Difendere l’ordine giudiziario mobilita, difendere il diritto di manifestare di un manifestante che disturba il traffico non mobilita nessuno.
Sul piano internazionale l’escalation è ormai documentata dai fatti. L’invasione russa dell’Ucraina prosegue come guerra di logoramento; a Gaza la Commissione d’inchiesta indipendente dell’ONU ha concluso il 16 settembre 2025 che Israele è responsabile di genocidio, e nel rapporto del 23 giugno 2026 ha stabilito che il genocidio continua anche dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025, contando almeno 20.179 bambini uccisi e 44.143 feriti dal 7 ottobre 2023 e rilevando crimini di guerra in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Il 28 febbraio 2026 Stati Uniti e Israele hanno lanciato l’operazione Epic Fury
contro l’Iran, uccidendo la Guida Suprema Ali Khamenei insieme a familiari, al comandante dei pasdaran e al ministro della Difesa; Teheran ha risposto colpendo Israele e le basi americane in Qatar, Bahrein, Kuwait ed Emirati, ha chiuso lo Stretto di Hormuz il 4 marzo e si è vista imporre un blocco navale. Il cessate il fuoco mediato dal Pakistan dopo centosette giorni di guerra regge male, tanto che a luglio Trump lo ha dichiarato finito. In Sudan la guerra fra esercito e RSF ha superato i 150mila morti e i dodici milioni di sfollati, in Nigeria gli Stati Uniti hanno condotto raid aerei congiunti fra il dicembre 2025 e il maggio 2026 dopo che Trump aveva minacciato un intervento armato in nome della protezione dei cristiani, con una lettura religiosa del conflitto che i dati indipendenti non confermano.
Su Taiwan la logica da cui partire è che Trump non ragiona da capo di Stato ma da affarista, per cui la politica estera segue la convenienza del momento e non un disegno strategico: in questo quadro l’ipotesi che l’isola diventi materia di scambio con Pechino non si può escludere. Per ora i conti dicono altro, e conviene saperlo per non farsi smentire: il 15 gennaio 2026 Washington ha firmato con Taipei un accordo su commercio e investimenti per riportare in casa una parte della filiera dei semiconduttori, a maggio Nvidia ha annunciato investimenti fino a 150 miliardi di dollari sull’isola e al vertice di Pechino i controlli sull’export dei chip non sono stati nemmeno un tema centrale, con Xi che ha evocato la trappola di Tucidide. Il Council on Foreign Relations assegna probabilità pari a una crisi nello Stretto nel corso del 2026, e gli analisti concordano sul fatto che un attacco diretto resti plausibile solo se Pechino percepisse una finestra aperta da una grave distrazione strategica americana. Il rischio non sta dunque in una trattativa esplicita, quanto nel fatto che una logica puramente transazionale renda le garanzie americane negoziabili nel momento sbagliato. Resta il fatto che se gli USA si dovessero emancipare da Taiwan sul piano tecnologico, non avrebbero più alcun interesse a difenderla dalle mire di Pechino.
Che Washington e Tel Aviv lavorino a dividere l’Europa e a colpire i governi che non riescono a controllare lo si è visto la settimana scorsa a Ceuta. Fra il 30 e il 31 luglio 2026 circa 50mila persone sono entrate nell’enclave spagnola in poche ore, attraversando il confine terrestre o aggirando a nuoto le barriere, con un bilancio provvisorio di decine di morti, e le guardie marocchine sono rimaste passive fino a quando il flusso aveva già assunto dimensioni ingestibili. Lo schema è quello del maggio 2021, quando Rabat aprì i rubinetti dopo che la Spagna aveva accolto per cure mediche un dirigente del Fronte Polisario e ottenne, nel marzo 2022, che Madrid definisse il piano marocchino di autonomia per il Sahara Occidentale la soluzione più credibile. Questa volta all’origine ci sono la visita di Pedro Sánchez ad Algeri e la proposta avanzata in Parlamento di riconoscere la cittadinanza spagnola ai saharawi nati prima del 1976. Gli unici due Paesi al mondo che riconoscono la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale sono gli Stati Uniti e Israele, che dal dicembre 2020 hanno legato quel riconoscimento all’ingresso del Marocco negli Accordi di Abramo, e sono anche i due governi più ostili a Sánchez, che è il principale critico europeo di Israele e che Trump accusa di non collaborare alla guerra contro l’Iran. Alla fine di aprile 2026 la Commissione per gli stanziamenti della Camera dei Rappresentanti ha definito Ceuta e Melilla città amministrate dalla Spagna ma situate in territorio marocchino
, mentre durante la crisi l’ambasciatore israeliano all’ONU Danny Danon ha chiesto con sarcasmo perché la Spagna, che fa la morale a Israele, mantenga delle enclave coloniali. I ministri dell’Interno europei si riuniscono il 4 agosto, e il fatto stesso che un membro dell’Unione possa essere messo sotto pressione così, per via migratoria, dice quanto valgano oggi le garanzie collettive.
Le opposizioni a questi governi, in tutto il mondo, non sanno che fare. Se giocano secondo le regole perdono, perché le regole cambiano a favore di chi governa: la riforma elettorale approvata alla Camera nel luglio 2026 con 217 voti sostituisce il Rosatellum con un proporzionale corretto da un premio di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato per chi superi il 42 per cento, mantiene le liste bloccate e impone di indicare il candidato premier al momento della presentazione del simbolo, pena l’inammissibilità della lista, tanto che l’ANPI la legge come un premierato conseguito senza riforma costituzionale e i costituzionalisti auditi hanno segnalato profili di illegittimità. Rompere le regole significherebbe accettare il terreno dello scontro violento, che è precisamente il terreno su cui la destra vince. Vale la pena notare, per capire quanto il problema sia profondo, che nel Regno Unito la proscrizione e la legge sulle minacce statali sono opera di un governo laburista: la spinta securitaria ha superato il confine fra le parti, e una sinistra che governa amministrando lo stesso apparato di poteri d’emergenza non è un’alternativa ma solo una variante dello stesso schema.
Resta il fatto che le persone tendono a ignorare o sottovalutare un quadro come questo, così come è avvenuto per il riscaldamento globale, e non è un caso che le posizioni si assomiglino: chi avverte del rischio non riesce a proporre o a imporre soluzioni praticabili, chi nega alimenta il fuoco con provvedimenti che peggiorano la situazione. La storia insegna che quando la compressione dei diritti prosegue abbastanza a lungo si arriva al conflitto sociale, e che il conflitto sociale è l’argomento con cui si giustificano leggi ancora più repressive: è così che l’Europa è arrivata al fascismo e al nazismo, e chi pensa che la storia non si ripeta non ha letto abbastanza storia. Sinceramente, ci aspettano tempi bui, e prevedo che non saranno pochi a pagarne il prezzo.
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