La meccanica della disumanizzazione


Come funziona la disumanizzazione? Perché accettiamo con leggerezza la morte di alcuni e piangiamo quella di altri?

Vi faccio un esempio: state guardando un film e ci sono i “buoni” inseguiti in macchina dai “cattivi”. Alla guida dei buoni c’è una bella ragazza, stile Fast & Furious, sorriso sulle labbra, qualche battuta quasi scontata, un paio di belle manovre e voilà: la macchina dei cattivi prende con studiata precisione un ostacolo che la fa sbandare in modo spettacolare, per poi catapultarla in aria e farla ricadere, dopo qualche giravolta, esplodendo in un tripudio di effetti speciali.

Qualcuno di voi si è mai preoccupato di quelli che c’erano dentro? Sono morti sul colpo, bruciati vivi, avevano moglie, figli, sogni e speranze, una vita? Certo che no. Sono i cattivi. Chi se ne frega.

Ecco, la disumanizzazione funziona così: prendi qualcuno e gli affibbi addosso un’etichetta. Non serve neppure “cattivo” o “terrorista”. Basta una qualsiasi etichetta che lo differenzi da noi. Può essere religiosa, legata a una specifica nazionalità o etnia, di genere o di orientamento sessuale. Basta che sia un chiaro “non io” e il gioco è fatto.

A quel punto la puoi schiavizzare, torturare, affamare, ammazzare. Tutto è permesso e nessuno si sente in colpa per questo. Anzi, continuiamo a sentirci buoni, forse persino più buoni: ad andare a messa, a considerarci bravi genitori. Poco importa se dall’altra parte, fra i “cattivi”, c’erano pure dei bambini. Basta, in fondo, ridefinire il concetto di bambino, giusto? Un tredicenne fra i cattivi può essere un terrorista. Poi noi, i nostri, a sedici anni li consideriamo ancora bambini da coccolare e proteggere. Perché noi siamo i buoni.

Il fatto è che la disumanizzazione non nasce neppure dall’odio, ma dalla normalità. Funziona perché non richiede crudeltà esplicita, solo distanza. Basta smettere di vedere l’altro come una persona completa e iniziare a vederlo come una categoria, un ruolo, una funzione narrativa. Quando questo accade, la sofferenza altrui non ci riguarda più emotivamente, anche se razionalmente sappiamo che esiste.

Il vero discrimine non è più tra buoni e cattivi, ma tra chi è “come noi” e chi è “altro”. Una volta tracciata questa linea, tutto diventa negoziabile: l’età, l’innocenza, i diritti, persino il concetto di vita degna di essere pianta se negata. Non cambiano i fatti, cambia il modo con cui li leggiamo, come li vediamo.

È proprio qui che sta il pericolo maggiore: possiamo continuare a considerarci persone perbene mentre accettiamo, giustifichiamo o ignoriamo violenze evidenti. La disumanizzazione ci assolve in anticipo. Ci permette di restare “buoni” senza doverci assumere il peso morale delle conseguenze.

In definitiva, la conclusione è che non è la violenza a renderci disumani, ma la capacità di non vederla come tale. E questa capacità, se non viene messa costantemente in discussione, può appartenere a chiunque. Anche a noi.


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