Quando le prove mentono


Ormai basta scorrere i contenuti pubblicati in una rete sociale per incappare ogni giorno in notizie false accompagnate da testi e immagini generati dall’intelligenza artificiale. Fino a pochi anni fa molte di queste immagini contenevano errori evidenti, come mani con sei dita, scritte illeggibili oppure ombre sbagliate, per cui un osservatore attento o uno strumento apposito di analisi riusciva facilmente a riconoscerle. I modelli attuali producono invece immagini che non si riescono a distinguere da una fotografia e gli stessi strumenti di rilevamento automatico danno risultati sempre meno affidabili.

Le immagini create da zero sono però solo una parte del problema. Gli strumenti di editing basati sull’IA permettono di partire da una fotografia autentica, che ritrae persone e fatti reali, e di modificarla in punti precisi: si può togliere una persona dalla scena o aggiungerne un’altra, cambiare la scritta su un cartello durante una manifestazione, mostrare qualcuno mentre fa una cosa che non ha mai fatto. Siccome la maggior parte dell’immagine resta originale, il risultato supera più facilmente sia l’occhio di chi guarda sia i programmi di verifica, e chi era presente all’evento può riconoscere la scena e confermarla senza accorgersi del dettaglio modificato. Tutto questo è alla portata di chiunque paghi un abbonamento a un servizio commerciale, mentre i sistemi usati da agenzie governative e servizi di intelligence non sono soggetti ai filtri dei prodotti per il pubblico e possono quindi generare anche i contenuti che questi ultimi rifiutano.

A questa capacità se ne aggiunge un’altra, già documentata. Alcune aziende private sviluppano e vendono ai governi strumenti di intrusione informatica che permettono di entrare a distanza in un cellulare o in un computer e di copiarci dei file senza che il proprietario se ne accorga. Il caso più studiato è l’inchiesta indiana di Bhima Koregaon: nel 2021 la società statunitense di informatica forense Arsenal Consulting ha analizzato le copie dei dischi sequestrati all’attivista Rona Wilson e ha stabilito che le lettere usate dall’accusa per sostenere un presunto complotto erano state copiate sul suo computer tramite un malware, nel corso di quasi due anni, prima della perquisizione. Nel 2022 alcuni ricercatori di sicurezza hanno poi collegato quell’attacco ad account riconducibili alla stessa polizia di Pune che conduceva le indagini. Con lo stesso metodo si possono inserire materiale pedopornografico, documenti contabili che fanno pensare a una frode o messaggi compromettenti. Chiunque sia considerato un ostacolo, che si tratti di un politico, di un giornalista o di un comune cittadino, può quindi trovarsi a rispondere in tribunale di accuse infamanti basate su prove che non ha mai prodotto né posseduto, senza avere i mezzi concreti per dimostrarlo.

Anche l’Italia ha già avuto un caso concreto. All’inizio del 2025 WhatsApp ha avvisato circa novanta utenti in diversi Paesi che i loro telefoni erano stati attaccati con Graphite, lo spyware dell’azienda israeliana Paragon Solutions, venduto solo ad agenzie governative. In Italia tra i destinatari dell’avviso c’erano il direttore di Fanpage, Francesco Cancellato, e alcuni attivisti dell’ONG Mediterranea Saving Humans, fra cui Luca Casarini e Beppe Caccia. Successivamente il Citizen Lab dell’Università di Toronto ha trovato tracce di Graphite anche nel telefono di un altro giornalista di Fanpage, Ciro Pellegrino. Il governo ha prima confermato che i servizi di intelligence disponevano dello strumento e poi ha considerato coperte dal segreto le informazioni sul suo uso, per cui ha evitato di rispondere alle interrogazioni parlamentari. Nell’audizione riservata davanti al Copasir, il sottosegretario Alfredo Mantovano ha ammesso che Graphite era stato usato contro gli attivisti di Mediterranea, presentandolo come parte di un’attività preventiva sull’immigrazione irregolare autorizzata dalla magistratura. L’uso contro i giornalisti invece è stato negato. Nel marzo 2026 la procura ha però confermato che il telefono di Cancellato era stato infettato il 14 dicembre 2024, e ancora oggi non si sa chi abbia condotto l’operazione. Paragon ha dichiarato di aver interrotto i contratti con l’Italia, sostenendo che le autorità avevano rifiutato il suo aiuto per scoprire chi avesse spiato Fanpage. Questo caso dimostra che in un Paese dell’Unione Europea è stato usato contro giornalisti e attivisti uno strumento che dà pieno accesso al telefono e che quindi permette, almeno in teoria, sia di leggerne il contenuto sia di modificarlo. Mostra anche che, quando la vittima cerca di capire chi l’ha colpita, le informazioni possono restare coperte dal segreto, cosa che riduce ulteriormente le possibilità di difendersi.

L’attacco poi non deve per forza limitarsi ai dispositivi della persona presa di mira. Gli stessi strumenti possono raggiungere i computer dei periti, dei medici legali, dei laboratori di genetica forense, delle cancellerie e delle procure, dove si trovano perizie, profili del DNA, impronte digitali, registrazioni delle telecamere di sorveglianza e verbali. Su quei sistemi si possono cancellare dati veri, aggiungerne di falsi o modificare quelli che ci sono. Oggi quasi tutto il lavoro delle indagini e dei tribunali si svolge in digitale, perché anche le prove materiali vengono fotografate, scansionate o trascritte e poi esaminate attraverso la loro copia digitale. Se l’originale fisico viene distrutto, smarrito o semplicemente non conservato, non resta niente con cui confrontare la copia, per cui diventa impossibile dimostrare che è stata alterata.

Le garanzie previste dalla procedura, come la catena di custodia o il codice hash calcolato quando un file viene acquisito, dimostrano soltanto che quel dato non è stato modificato dopo un certo momento. Su quello che è successo prima non dicono niente e non valgono più nulla se sono stati violati proprio i sistemi che le registrano. Anche il consulente tecnico nominato dalla difesa lavora sulle copie fornite dall’accusa e raramente ha le risorse per scoprire un’intrusione fatta con strumenti di livello governativo. Nel caso di Wilson la manipolazione è venuta fuori perché chi aveva attaccato il computer aveva lasciato tracce e perché un laboratorio straniero ha potuto lavorarci per mesi. Nonostante questo, Wilson è rimasto in carcere per anni.

Se si può creare un falso video di sorveglianza che sembra vero, o modificare un’impronta digitale o il risultato di un test del DNA dentro l’archivio che li conserva, bisogna chiedersi quale valore abbia oggi una prova digitale presentata in tribunale. Il processo penale presuppone che le prove, una volta verificate, rappresentino i fatti, e questo presupposto cade quando la prova stessa può essere fabbricata senza lasciare tracce. Le due parti si trovano quindi in condizioni molto diverse, perché chi ha le risorse per manipolare le prove può costruire un’accusa, mentre l’imputato, che quelle risorse non le ha, non ha alcun modo di dimostrare che sono false. Allo stesso modo un colpevole può sostenere che una prova vera sia stata generata artificialmente, e il giudice non ha criteri sicuri per stabilire chi dice la verità.

Indietro non si torna, perché queste tecnologie esistono, si diffondono sempre di più e nessuno può ritirarle dalla circolazione. Finché i giudici, il legislatore e l’opinione pubblica continueranno a dare alla prova digitale lo stesso valore che aveva dieci anni fa, molte persone rischiano di essere condannate per prove falsificate in un sistema dove governi e organizzazioni con i mezzi necessari possono distruggere o manipolare a piacimento la vita di ognuno di noi.


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