Negli ultimi tempi, il numero di notizie riguardanti usi discutibili dell’intelligenza artificiale è in costante aumento. Sempre più frequentemente l’intelligenza artificiale viene impiegata per superare esami, redigere tesi di laurea, produrre opere letterarie e visive che vengono poi presentate come originali. Un fenomeno che solleva interrogativi non solo etici, ma anche pratici, sulla capacità delle istituzioni e della società di riconoscere e governare questi nuovi comportamenti.
Ma è realistico pensare di poterli governare? Certo, si possono pensare leggi sempre più restrittive che, tuttavia, potrebbero limitare alla fine anche un uso proprio di questo strumento. In fondo, se le IA potessero fare buona parte del nostro lavoro, sosterrebbero l’economia in modo che potremmo, a parità di salario, lavorare tutti meno. La settimana di quattro giorni diventerebbe la norma e non l’eccezione.
Il punto è che il vaso di Pandora è stato scoperchiato e ora, richiudere il coperchio, è poco verosimile. Dobbiamo prendere atto che siamo di fronte a un cambiamento epocale che interesserà nei prossimi decenni tutti noi. Come affrontare quindi questo cambiamento? Difficile dirlo, ma di una cosa dobbiamo essere consapevoli:
Stiamo ripensando completamente il ruolo delle macchine nella nostra società. Ne consegue che dobbiamo seriamente ripensare anche quello dell’essere umano.
Che le macchine riescano a fare meglio di noi attività fisiche o mentali che richiedono razionalità è cosa vecchia. Una qualunque calcolatrice fa più velocemente di qualsiasi essere umano le operazioni aritmetiche. Lo abbiamo accettato e, alla fine, abbiamo accettato anche che fossero più brave di noi a giocare a scacchi. Adesso però è caduta un’altra barriera: quella della produzione creativa. Pensavamo che fosse questa a differenziarci da loro: il comporre musica, produrre opere grafiche, scrivere testi. Adesso sappiamo che non è così.
Ma le macchine copiano, direte voi. Ebbene sì, ma esattamente come lo fanno gli esseri umani. Nessun artista parte da zero. Chi scrive è stato prima lettore, chi dipinge o scolpisce ha osservato e studiato dipinti e sculture fatte da altri prima, così come ha studiato tecniche che altri avevano sviluppato. Poi le ha prese, cambiate, raffinate, ma nessuno parte davvero da zero. Non parliamo poi della musica: sette note e cinque semitoni. Le combinazioni non sono infinite, anche perché esistono delle regole di composizione. È inevitabile riscrivere le stesse sequenze, anche in modo del tutto indipendente.
Quindi c’è poco da arrampicarsi sugli specchi. Le macchine finiranno per essere più brave di noi anche nella produzione creativa. Spesso già lo sono. La maggior parte di noi, almeno. Poi qualche genio qua o là si distinguerà ancora, ma noi parliamo delle masse, perché sono quelle che devono confrontarsi con questo cambiamento.
E allora? Che ci rimane?
Al momento una sola cosa: le emozioni, i sentimenti, i rapporti umani che poi tali si chiamano proprio per questo. Le macchine non amano e, per fortuna, non odiano. E qui dobbiamo ammettere una cosa: non è che siamo poi così bravi. Basti pensare alle guerre ma anche ai crimini, al tradire, truffare, bullizzare, torturare, uccidere. Spesso non sappiamo controllare le nostre emozioni, ci lasciamo prendere dalla rabbia, dall’odio e dall’invidia; tradiamo chi ci ama e uccidiamo chi ci respinge. E vale per tutti, anche se in misura diversa e nonostante le differenze culturali: uomini e donne, giovani e vecchi, poveri e ricchi.
Diciamo sempre che non abbiamo tempo per quello, che il lavoro ci prende troppo, che non riusciamo a coltivare i nostri interessi e le nostre relazioni. Ebbene, adesso potremmo avere l’opportunità di farlo, ma dobbiamo impegnarci. Invece di preoccuparci per quello che le macchine sanno fare meglio di noi, cerchiamo di trasformare questo presunto problema in un’opportunità. Impegniamoci in quello che noi sappiamo fare e loro no: amare, rispettare, aiutare, essere compassionevoli e comprensivi.
Non sarebbe un mondo migliore?
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