Sempre più spesso, in molte delle sue applicazioni, l’intelligenza artificiale viene istruita per impedire il trattamento o la generazione di immagini considerate “offensive”. Questa classificazione si basa quasi sempre su standard di sensibilità tipicamente statunitensi, e ciò solleva interrogativi profondi: fino a che punto vogliamo affidare a una macchina e alla cultura dominante che la addestra, il compito di stabilire cosa sia lecito rappresentare? E cosa, invece, debba essere rimosso, oscurato, censurato?
Nel caso di Adobe, che fornisce strumenti di punta per artisti e creativi, la questione assume toni ancora più seri, anche perché sono prodotti usati da una percentuale significativa di professionisti dell’arte digitale.
Adobe deve comprendere che i suoi prodotti sono usati da artisti che fanno del linguaggio visivo il proprio principale mezzo di espressione. Arte, fotografia, pittura, scultura e cinema non sono semplicemente strumenti per creare bellezza o eleganza: sono canali potenti per trasmettere messaggi sociali. Queste forme esistono spesso per sfidare, per provocare, per mostrare verità scomode o prospettive alternative.
Censurare un’immagine perché contiene nudità esplicita o mostra una persona che si inietta una sostanza in un vicolo non è una forma di protezione, è un attacco alla libertà di pensiero e di espressione. È una forma di manipolazione, che presenta una realtà ripulita e falsa, cancellando tutto ciò che non si conforma a una visione del mondo ristretta e reazionaria.
Il ruolo di Adobe dovrebbe essere quello di fornire strumenti, non di dettare come quegli strumenti debbano essere usati. Chi produce uno scalpello non dice allo scultore cosa scolpire. Chi produce una fotocamera o un pennello non istruisce l’artista su cosa catturare o rappresentare.
Incorporare meccanismi di censura negli strumenti Adobe non è solo un atto di arroganza: riflette un preciso pregiudizio culturale, non uno standard etico universale. È un tradimento delle stesse comunità che Adobe afferma di voler servire: i creativi, i dissidenti, i narratori che usano i suoi prodotti per rivelare il mondo, non per nasconderlo.
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