La Geometria del Caos


Quella che stiamo osservando non è una serie di crisi separate bensì un sistema che funziona esattamente come è stato voluto e progettato.

Il meccanismo centrale è semplice: una minoranza di soggetti con potere economico e politico ha bisogno che le popolazioni si combattano tra loro per non rivolgersi verso l’alto. Il nazionalismo e il sovranismo servono precisamente a questo, ovvero trasformano il disagio economico reale, prodotto dall’aumento delle disuguaglianze, in odio orizzontale. Il povero odia il migrante invece di interrogarsi su chi ha concentrato la ricchezza. L’estrema destra è lo strumento operativo di questa conversione: prende la rabbia legittima dei più esposti e la indirizza contro i più deboli, tenendo i veri responsabili fuori dalla traiettoria.

I governi che emergono da questo processo hanno profili coerenti: sono guidati da persone con procedimenti penali aperti o con un passato opaco, che hanno tutto l’interesse a mantenere un clima di conflitto permanente perché il conflitto sospende il giudizio. Il nemico interno, che siano i migranti o le opposizioni, assorbe l’attenzione pubblica e giustifica misure di controllo che in condizioni normali sarebbero inaccettabili. Il nemico esterno, o quanto meno la minaccia di uno, legittima il riarmo e sposta risorse dalla spesa sociale a quella militare, arricchendo ulteriormente chi produce armamenti.

L’Unione Europea rappresenta un ostacolo specifico a questo schema, per cui va smontata. Stati Uniti, Russia e Israele hanno interessi distinti ma convergenti nel frammentarla: USA e Russia vogliono dividersi un mercato che sia controllabile e alleati dipendenti; Russia e Israele vogliono eliminare un attore che pone condizioni di diritto internazionale; tutti e tre vogliono interlocutori deboli che non possano esercitare una pressione reale. La strategia è identica in tutti i casi: alimentare le divisioni interne, delegittimare le istituzioni comuni, spingere i singoli Stati verso logiche di potenza propria, finché l’Europa non torni a essere una somma di nazioni in competizione tra loro. Cento anni dopo l’ultima guerra generale, il continente si ritrova a discutere di riarmo invece che di coesione.

Le proteste sociali vengono gestite con lo stesso schema. Le istanze dei giovani e dei lavoratori sono reali, quindi non si possono ignorare: si infiltrano, si manipolano, si innescano momenti di violenza che permettono di criminalizzare il movimento nel suo insieme. Le forze dell’ordine, nel frattempo, si evolvono in senso opposto a quello del loro mandato: sempre più aggressive verso chi protesta pacificamente, sempre più permissive verso chi esercita violenza politica organizzata. Questo non è disordine amministrativo ma è una scelta funzionale al sistema e la stiamo vedendo all’opera non solo in Europa ma in Sudamerica e persino in Asia.

La narrativa che tiene insieme tutto è quella della sicurezza minacciata ma la violenza che giustifica queste misure di controllo non è un fenomeno spontaneo: è costruita, coltivata e dove necessario prodotta deliberatamente. Regimi sempre meno democratici si legittimano attraverso emergenze che contribuiscono a creare, e ogni escalation rafforza la presa di chi trae vantaggio dall’instabilità. Il risultato finale è una redistribuzione della ricchezza verso l’alto accompagnata da una redistribuzione della rabbia verso il basso, con Stati sempre più autarchici che presidiano questa geometria nell’interesse di chi l’ha disegnata.


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