Quando il Parlamento non è deciso dai voti


Forse vi sembrerà strano, ma non basta contare i voti per capire chi governerà davvero. Molti non ne sono consapevoli, ma in realtà, a definire chi abbia vinto davvero le elezioni, è la legge elettorale, ovvero quel meccanismo che trasforma i voti in seggi. È qui che si gioca la vera partita.

Non ci credete? Continuate a leggere. Ho deciso di scrivere questo articolo proprio per questo motivo: mostrare in modo semplice e concreto quanto conti una legge elettorale. Non si tratta solo di regole tecniche o di dettagli per addetti ai lavori: è la legge che, partendo dagli stessi identici voti, può far vincere un partito invece di un altro, cambiare le maggioranze, tagliare fuori qualcuno o garantire a una parte il controllo del Parlamento. Ecco perché, ogni volta che si discute su come scrivere o modificare una legge elettorale, i partiti litigano come se si trattasse di spartirsi un’eredità: sanno bene che, molto spesso, è la legge a fare il Parlamento, non i voti.

In questo articolo voglio mostrare concretamente cosa succede se prendiamo una stessa distribuzione di voti e la facciamo passare sotto leggi elettorali diverse. I risultati, posso garantirlo, sono sorprendenti.

Per farlo in modo oggettivo, al di là di quelle che potrebbero essere le opinioni personali, ho scelto un approccio matematico e trasparente. Fra le varie cose, so programmare in Python, un linguaggio molto pratico per fare esperimenti e simulazioni. Così ho creato tre programmi:

  • il primo genera una serie di voti in modo casuale, simulando il risultato delle elezioni in termini di voti;
  • il secondo applica agli stessi voti nove diverse leggi elettorali, che trasformano i voti in seggi;
  • il terzo mostra graficamente i nove parlamenti risultanti dalle varie leggi, a fronte degli stessi risultati elettorali.

Le elezioni

Per rendere l’esperimento più vicino possibile a una situazione reale, ho fissato alcune condizioni di partenza che si avvicinano molto a quelle di una qualsiasi elezione nazionale. Immaginiamo una popolazione di 6000 persone, delle quali il 40% decide di non andare a votare: un dato, purtroppo, abbastanza in linea con quello che accade davvero. Tra chi si reca alle urne, il 10% non esprime una preferenza valida, lasciando la scheda bianca o annullandola.

{
  "popolazione_totale": 6000,
  "percentuale_astensione": 0.40,
  "percentuale_bianche_nulle": 0.10,
  "partiti": [
    {"sigla": "A", "peso": 0.30},
    {"sigla": "B", "peso": 0.30},
    {"sigla": "C", "peso": 0.10},
    {"sigla": "D", "peso": 0.10},
    {"sigla": "E", "peso": 0.10},
    {"sigla": "F", "peso": 0.05},
    {"sigla": "G", "peso": 0.02}
  ]
}

Tutti gli altri scelgono tra sette partiti. Ma attenzione: i valori che vedete nella configurazione, ovvero il 30%, il 10%, il 2% e così via, rappresentano solo le percentuali “medie” attese per ciascun partito. In altre parole, non si tratta di una divisione rigida: il programma assegna i voti in modo casuale, rispettando quei pesi come obiettivo di massima, ma con una certa variabilità che rende ogni simulazione leggermente diversa. È un modo per mantenere realismo e imprevedibilità, come avviene nelle elezioni vere.

In pratica, sto simulando una situazione in cui ci sono due partiti principali, uno di sinistra e uno di destra, entrambi piuttosto forti; poi ci sono tre partiti più piccoli ma comunque competitivi e, infine, un paio di partiti molto piccoli che, se dovesse esserci una soglia di sbarramento, rischierebbero persino di essere esclusi dalla distribuzione dei seggi.

Il programma genera_voti.py produce una lista di 6000 voti che comprende sia le astensioni sia le schede bianche o nulle, assegnati in modo casuale ma seguendo la distribuzione che vi ho appena descritto. Questa lista di voti verrà poi utilizzata per tutte le simulazioni: resta sempre la stessa, per garantire che ogni variazione nei risultati dipenda solo dalla legge elettorale applicata, e non dai numeri di partenza.

Le leggi elettorali

A questo punto ho scritto un secondo programma, genera_seggi.py, che simula nove diverse leggi elettorali. In pratica, a fronte di ogni legge elettorale, usa le regole stabilite dalla legge per attribuire i seggi in un parlamento di 300 deputati.

Non entrerò nel merito del codice, che è un po’ tecnico, ma vi descrivo quali leggi ho simulato. Chiaramente se ne possono inventare infinite. Per farlo ho creato un file di configurazione che permette di variare i parametri di ogni legge, ovvero leggi_elettorali.json, e una classe Python che applica le regole della specifica legge elettorale ai voti per generare i seggi, ovvero ElectionRules.

Vediamo una per una quali sono le leggi, in modo chiaro e sintetico, senza annoiarvi con i dettagli del codice che comunque posso fornire a richiesta.

Nella mia simulazione ho messo a confronto nove diversi sistemi elettorali, che rappresentano bene le alternative più discusse nei paesi democratici. In ogni caso, lo scopo di una legge elettorale è lo stesso: tradurre i voti ricevuti dai partiti in seggi in Parlamento, ma ogni legge lo fa con logiche e conseguenze molto diverse.

La legge più “semplice” è la proporzionale pura: qui i seggi vengono suddivisi tra i partiti in modo strettamente proporzionale ai voti ricevuti. Se un partito ottiene il 30% dei voti, avrà il 30% dei seggi, e così via per tutti gli altri. Una variante di questa legge introduce la soglia di sbarramento, cioè una percentuale minima di voti (nel mio esempio il 4%) che un partito deve raggiungere per ottenere almeno un seggio. Se non supera questa soglia, tutti i suoi voti vengono “sprecati” e rientrano nella ripartizione tra gli altri partiti.

Nel sistema maggioritario uninominale a turno unico, invece, il Paese viene diviso in tanti collegi, ognuno dei quali elegge un solo rappresentante: vince semplicemente chi prende più voti nel proprio collegio, anche solo per un voto in più. Questo sistema tende a favorire i partiti più forti e può portare a maggioranze schiaccianti in Parlamento anche con piccoli vantaggi nei voti.

Quando si parla di collegi, si apre davvero un mondo. Io, per semplicità, ho provato due configurazioni: nella prima ci sono 300 collegi da 20 elettori ciascuno; nella seconda, invece, i collegi sono di due tipi, con 100 collegi da 40 elettori e altri 200 collegi più piccoli, da 10 elettori. Ma nella realtà le possibilità sono praticamente infinite: ogni collegio potrebbe essere diverso per dimensione, per composizione demografica o per estensione geografica, e queste differenze possono influenzare in modo significativo il risultato finale. Insomma, il modo in cui viene “disegnata” la mappa dei collegi — il famoso campo di battaglia elettorale — è tutt’altro che un dettaglio tecnico: può cambiare profondamente la distribuzione dei seggi tra i partiti.

Una variante ancora più particolare è il maggioritario uninominale a doppio turno: anche qui si vota per collegio, ma se nessun candidato raggiunge la maggioranza assoluta al primo turno, si fa un secondo turno di ballottaggio tra i due più votati. Il comportamento degli elettori può cambiare tra primo e secondo turno: chi aveva votato per altri partiti può scegliere se votare uno dei due candidati rimasti oppure astenersi.

Per rendere la simulazione più realistica, ho definito anche qui alcune regole di comportamento al ballottaggio. In genere, chi ha votato già al primo turno per uno dei due candidati che accedono al ballottaggio tende a confermare la propria scelta. Al più si astiene per la delusione ma non vota di sicuro l’avversario. Chi aveva invece votato per un altro partito può decidere se tornare a votare o restare a casa; se sceglie di partecipare, può dare il proprio voto a uno qualsiasi dei due candidati rimasti. Infine, anche tra chi si era astenuto o aveva lasciato la scheda bianca al primo turno, una piccola percentuale può scegliere di andare a votare al ballottaggio e, a quel punto, deve comunque scegliere uno dei due candidati.

Se poi, per assurdo, in un collegio nessuno va a votare — cosa che nella realtà non succede mai, ma che in questa simulazione, con un così basso numero di elettori per collegio, può capitare — ho stabilito che il seggio non resta vacante: viene assegnato d’ufficio al partito che, a livello nazionale, ha ottenuto il maggior numero di voti. È una regola che serve solo a garantire che tutti i seggi vengano sempre assegnati, anche nei casi più estremi.

Ci sono poi sistemi “misti”, dove una parte dei seggi viene assegnata con regole maggioritarie (quindi per collegio), mentre il resto è suddiviso con la proporzionale. In questo modo si cerca di combinare la governabilità del maggioritario con la rappresentatività della proporzionale.

Infine, esiste la logica del premio di maggioranza: anche qui si parte dalla proporzionale, ma se nessun partito o coalizione raggiunge da solo la maggioranza assoluta dei seggi, la legge assegna dei seggi in più al partito che ha preso più voti, fino a garantirgli una maggioranza sicura in Parlamento.

Tutte queste leggi sono applicate nella simulazione agli stessi voti, per mostrare come a parità di preferenze espresse, i risultati in termini di seggi e di equilibri politici possano cambiare radicalmente.

I risultati

E siamo arrivati finalmente ai risultati. Qui sotto trovate i nove “parlamenti” generati applicando le diverse leggi elettorali alla stessa identica distribuzione di voti.

I Nove Parlamenti

Come potete vedere, la proporzionale pura e la proporzionale con soglia di sbarramento danno luogo a parlamenti equilibrati, dove la presenza dei partiti riflette in modo fedele i voti raccolti. L’unica vera differenza tra i due sistemi è che, con la soglia di sbarramento, i partiti molto piccoli possono rimanere esclusi e i loro seggi si “redistribuiscono” tra chi supera la soglia.

Con il maggioritario uninominale a turno unico la situazione cambia completamente: il partito più grande conquista la stragrande maggioranza dei seggi, anche se in termini di voti non era così dominante. Questo succede anche con la variante dei collegi misti. Nei sistemi maggioritari il principio è chiaro: chi vince, prende tutto. In pratica basta essere primi in un collegio, anche solo per un voto, per aggiudicarsi il seggio, e questo moltiplica la forza dei partiti più forti rispetto agli altri. Sempre che si sia distribuiti bene sul territorio e non a “macchia di leopardo”.

Il maggioritario a doppio turno produce un risultato simile, ma qui può capitare che anche un partito non nettamente favorito riesca a raccogliere voti aggiuntivi al ballottaggio, grazie agli elettori degli altri partiti che si “riciclano” su uno dei due finalisti o scelgono di non votare più.

Con le due versioni del sistema misto (collegi tutti uguali o misti), il Parlamento combina una parte di rappresentanza maggioritaria (quindi premia chi vince nei collegi) e una parte proporzionale. Si ottiene così una certa stabilità per chi vince più collegi, ma senza escludere completamente la rappresentanza dei partiti minori.

Infine, con il premio di maggioranza, il sistema assegna un “bonus” di seggi al partito più votato, anche se non ha superato il 50%. Questo garantisce una maggioranza assoluta in Parlamento, anche quando non corrisponde alla distribuzione reale dei voti. Tuttavia, come potete vedere, non sempre questo premio porta un risultato migliore di altri modelli, come i due sistemi misti visti in precedenza.

Abbiamo quindi ottenuto nove risultati diversi — in alcuni casi, veramente molto diversi — a fronte di nove leggi elettorali basate sugli stessi voti. Ma c’è di più. Là dove c’è una suddivisione in collegi, a parità di voti e a parità questa volta anche della stessa legge elettorale, se si permutano i voti, ovvero si mischia il mazzo di carte lasciando inalterati i voti, il risultato può cambiare di nuovo drasticamente. Se un voto si “spostasse” geograficamente, altererebbe comunque i calcoli. Stessa cosa se due collegi si accorpassero e un altro si spezzasse in due. Sempre tre seggi dovrei assegnare, ma a parità di voti, potrebbero vincere candidati diversi.

Conclusione

In sintesi, basta cambiare la legge elettorale perché, a parità di preferenze espresse, il Parlamento che ne risulta cambi profondamente: a volte con maggioranze schiaccianti, a volte con un equilibrio quasi perfetto. E tutto questo, lo ripeto ancora una volta, senza aver spostato neppure un voto.

Non è solo la legge elettorale a fare la differenza: anche la configurazione dei collegi può cambiare radicalmente il risultato finale. In altre parole, sono questi due fattori – la formula con cui si assegnano i seggi e il modo in cui si “disegna” la mappa dei collegi – a decidere davvero chi avrà il potere, spesso molto più dei voti stessi.


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