Ogni anno, quando a fine ottobre le lancette tornano indietro di un’ora, giornali e telegiornali presentano il passaggio all’ora solare come il ritorno a un orario più naturale, che rispetterebbe il ritmo del sole e quindi anche quello del nostro corpo. L’idea è talmente diffusa da sembrare ovvia, eppure basta capire come si misura il tempo per accorgersi che l’ora solare usata in Italia è una convenzione esattamente come l’ora legale, e che praticamente in quasi nessun luogo del Paese questa coincida davvero con l’ora indicata dal sole. Approfondiamo l’argomento, un passo alla volta.
Che ora è secondo il sole
Iniziamo dalle fondamenta: l’unico istante nel quale il sole stabilisce in modo oggettivo che ora è, è il mezzogiorno ovvero il momento in cui l’astro solare raggiunge il punto più alto nel cielo passando sul meridiano di uno specifico luogo. Poiché la Terra compie una rotazione di 360 gradi in circa 24 ore, il mezzogiorno si sposta di quattro minuti per ogni grado di longitudine, per cui due località poste una più a est dell’altra hanno mezzogiorni diversi. Prima che le ferrovie imponessero orari comuni, infatti, in Italia ogni città regolava gli orologi sul proprio mezzogiorno e quindi l’ora di Torino restava indietro di quasi venti minuti rispetto a quella di Venezia. Fu infatti con il Regio Decreto del 22 settembre 1866 n. 3224, entrato in vigore dal 12 dicembre 1866, che il governo stabilì che treni, telegrafi, poste, messaggerie e piroscafi postali delle province continentali del Regno seguissero il tempo medio di Roma. Fino ad allora in Italia esistevano sei orari ferroviari diversi (Torino, Verona, Firenze, Roma, Napoli, Palermo), e la scelta cadde sull’ora di Roma anche se la città non faceva ancora parte del Regno, dato che fu annessa soltanto nel 1870. La nuova ora entrò in vigore con l’orario invernale delle ferrovie e valeva anche per il pubblico, oltre che per il servizio interno. Chiaramente, prima dell’avvento dei mezzi di trasporto veloci, quando cioè si andava a piedi, a cavallo o in carrozza, che città diverse avessero orari diversi era poco rilevante dato che viaggiare richiedeva comunque molto tempo.
Ma veniamo all’ora solare. Quella che noi oggi chiamiamo “solare” è in realtà l’ora dell’Europa centrale, calcolata sul meridiano 15° est, che in Italia passa vicino a Termoli e sull’Etna. Solo lungo quella linea il sole è davvero più alto alle 12, mentre altrove il mezzogiorno cade più tardi quanto più ci si sposta a ovest. Considerando il valore medio dell’anno, il sole culmina verso le 12:05 a Trieste, le 12:07 a Palermo, le 12:24 a Cagliari, le 12:31 a Nizza, le 12:41 a Lione e le 12:51 a Parigi. Quindi, fra Trieste e Parigi, che hanno la stessa ora ufficiale, il mezzogiorno solare differisce di quasi tre quarti d’ora. A questi valori si deve poi aggiungere una correzione stagionale dovuta all’orbita ellittica della Terra e all’inclinazione del suo asse, che anticipa o ritarda il mezzogiorno reale fino a circa un quarto d’ora nel corso dell’anno. Quindi anche l’ora solare è una convenzione che solo parzialmente è davvero legata alla posizione del sole.
La latitudine poi incide sulla durata del giorno. Al solstizio d’estate Copenaghen ha circa 17 ore e mezza di luce, Berlino quasi 17, Vienna 16, Milano poco più di 15 e mezza, Roma circa 15 e Palermo poco meno; al solstizio d’inverno la situazione si rovescia e Copenaghen scende a circa 7 ore, mentre Palermo ne conserva più di 9 e mezza. Tutte queste città usano lo stesso orario, per cui la stessa ora del giorno corrisponde in ciascuna a una condizione di luce diversa: in dicembre alle 8 del mattino a Palermo il sole è già sorto da quasi un’ora, mentre a Copenaghen sorgerà soltanto mezz’ora dopo. Questo aspetto è molto importante perché gran parte del dibattito sull’ora è legato in realtà al maggiore o minore sfruttamento delle ore di luce a fronte delle attività umane.
Tornando alla latitudine, è chiaro a questo punto come un’ora valida contemporaneamente per Parigi, Copenaghen e Palermo non possa essere naturale per nessuna di esse. Scegliere l’ora solare o quella legale non cambia la quantità di luce di cui ciascuna città dispone, bensì decide quale parte di quella luce cade nelle ore in cui le persone siano sveglie, lavorino o vadano a scuola.
I fusi orari: spicchi di meridiani adattati ai confini
E veniamo ai fusi orari. Questo sistema nasce dalla Conferenza internazionale del meridiano, che nel 1884 a Washington scelse Greenwich come meridiano zero. In teoria il globo è diviso in 24 spicchi larghi 15 gradi, ciascuno centrato su un meridiano multiplo di 15, in modo che nessun luogo si discosti di più di mezz’ora dall’ora solare media. L’Italia adottò l’ora dell’Europa centrale nel 1893, ma già allora i fusi reali seguivano i confini degli Stati più che i meridiani, perché a un governo conviene avere un solo orario su tutto il territorio.
Le deformazioni a un semplice spicchio fra meridiani, infatti, sono spesso vistose. La Spagna, che si trova quasi interamente a ovest di Greenwich e dovrebbe avere l’ora di Londra, usa dal 1940 l’ora di Berlino, per cui a La Coruña il mezzogiorno solare cade intorno alle 13:35 d’inverno e alle 14:35 d’estate, il che spiega in parte anche gli orari spagnoli dei pasti. Anche in Bretagna il sole culmina dopo le 13:15 in pieno inverno. La Cina, che si estende per oltre 60 gradi di longitudine, adotta un unico orario, quello di Pechino, sicché a Kashgar, nell’estremo ovest, il sole raggiunge il punto più alto verso le 15 e la popolazione locale usa spesso un orario non ufficiale spostato di due ore. Esistono poi fusi che non differiscono da Greenwich di un numero intero di ore, come l’India, che sta cinque ore e mezza avanti, il Nepal, che sta cinque ore e tre quarti avanti, e le isole Chatham, in Nuova Zelanda, con dodici ore e tre quarti. Infine, in Europa è la Francia il paese con più fusi orari: ben dodici, perché conta anche i territori d’oltremare, mentre la Russia, pur estendendosi su un territorio continuo molto più ampio, ne ha solo undici.
Il cambio di data e la natura convenzionale dell’ora
L’esempio più chiaro di quanto l’ora sia una convenzione riguarda la data. Nel 1522 i superstiti della spedizione di Magellano, arrivati a Capo Verde dopo aver circumnavigato il globo verso ovest, scoprirono che sulla terraferma era giovedì mentre il diario di bordo tenuto da Antonio Pigafetta segnava mercoledì: viaggiando nella stessa direzione del sole avevano accumulato un giorno di ritardo. Per evitare questo problema si è fissata una linea del cambio di data, che segue all’incirca il meridiano 180 nel Pacifico e che, quando viene attraversata, obbliga ad aggiungere o togliere un giorno al calendario.
Anche questa linea, tuttavia, si piega secondo le esigenze politiche ed economiche. Nel 1995 la repubblica di Kiribati la spostò per avere la stessa data su tutte le sue isole, per cui l’isola di Kiritimati vive oggi quattordici ore avanti rispetto a Greenwich e ha lo stesso orario delle Hawaii, ma con un giorno di differenza. Samoa, per allinearsi ai partner commerciali di Australia e Nuova Zelanda, alla fine del 2011 passò direttamente da giovedì 29 a sabato 31 dicembre, cancellando un giorno dal calendario, sicché oggi le Samoa e le vicine Samoa Americane, separate da poco più di cento chilometri di mare, segnano la stessa ora ma su date diverse.
L’ora legale: origini ed effetti diversi tra nord e sud
L’idea di spostare gli orari per sfruttare meglio la luce viene di solito attribuita a Benjamin Franklin, che nel 1784 la propose però in una lettera satirica. Le prime proposte serie arrivarono dall’entomologo neozelandese George Hudson nel 1895 e dal costruttore inglese William Willett nel 1907. I primi Stati ad applicarla furono la Germania e l’Austria-Ungheria nell’aprile del 1916, per risparmiare carbone durante la guerra, e l’Italia, che le seguì nel giugno dello stesso anno. Dopo diverse sospensioni e reintroduzioni, l’Italia adottò stabilmente l’ora legale a partire dal 1966, mentre l’Unione Europea ha uniformato le date del cambio trent’anni dopo: dal 1996, infatti, cadono per tutti gli Stati membri l’ultima domenica di marzo e l’ultima domenica di ottobre.
L’effetto dell’ora legale dipende dalla latitudine. Nei Paesi del Nord le giornate estive sono così lunghe che un’ora di luce in più la sera aggiungerebbe poco, mentre un’ora legale mantenuta anche d’inverno porterebbe l’alba di Copenaghen, a dicembre, verso le 9:40. Nei Paesi mediterranei, al contrario, il tramonto estivo con l’ora solare cadrebbe intorno alle 19:20 a Palermo, per cui l’ora legale sposterebbe verso la sera un’ora di luce che altrimenti trascorrerebbe mentre la maggior parte delle persone dorme. Viceversa, d’inverno, con l’ora legale permanente, il sole sorgerebbe a Palermo verso le 8:10, un orario ancora compatibile con le attività del mattino.
Per questa ragione la spinta ad abolire il cambio è venuta soprattutto dal Nord, a partire dalla Finlandia, e nel 2018 la Commissione europea ha avviato una consultazione a cui hanno risposto circa 4,6 milioni di persone, in larga maggioranza favorevoli all’abolizione. Il Parlamento europeo ha approvato la proposta nel marzo 2019, tuttavia il Consiglio, dove siedono i governi, non ha mai trovato un accordo, perché ogni Paese avrebbe dovuto scegliere se restare stabilmente sull’ora solare o su quella legale e il rischio era di creare un mosaico di orari diversi nel mercato unico. Non sarebbe un semplice ritornare a fusi orari più stretti, però, ma qualcosa di più complesso dato che Germania e Italia, pur essendo più o meno allineati in termini di longitudine, potrebbero decidere di avere orari differenti, per cui nell’attraversare il confine da sud a nord e viceversa bisognerebbe rimettere l’orologio. Una cosa del genere non avrebbe alcun senso e complicherebbe solo le cose. Così, ancora oggi, il cambio stagionale è in vigore in tutti gli Stati membri.
Sul piano economico, le stime di Terna attribuiscono all’ora legale del 2026 un minore consumo di circa 302 milioni di kilowattora, pari a circa 80 milioni di euro, e un risparmio cumulato di oltre 12 miliardi di kilowattora tra il 2004 e il 2025. Si tratta di cifre reali ma modeste, perché corrispondono a circa lo 0,1 per cento del fabbisogno elettrico nazionale e a pochi euro all’anno per famiglia. In un’indagine parlamentare italiana si stima che mantenere l’ora legale tutto l’anno porterebbe il risparmio a circa 720 milioni di kilowattora e 180 milioni di euro. Questi numeri non rendono una delle due ore più naturale dell’altra, ma mostrano quale delle due convenzioni si adatta meglio a un Paese che si trova alla latitudine dell’Italia. Il risparmio quindi c’è, anche se non eclatante, ma data l’attuale crisi energetica avrebbe poco senso rinunciarvi.
Che cosa significa naturale
Ma veniamo a un altro aspetto dell’affermazione l’ora solare è più naturale
. Se per naturale si intende un orario coerente con la biologia umana, il riferimento è il ritmo circadiano, cioè l’orologio interno che regola sonno, temperatura corporea e secrezione di ormoni come la melatonina e il cortisolo. Questo orologio, situato nel nucleo soprachiasmatico dell’ipotalamo, ha un periodo spontaneo leggermente superiore alle 24 ore e si sincronizza ogni giorno soprattutto grazie alla luce del mattino che arriva agli occhi. Il corpo, quindi, segue la luce effettivamente ricevuta e ignora l’ora scritta sull’orologio.
Anche il ritmo diurno della nostra specie è un risultato dell’evoluzione e non una condizione originaria. Uno studio pubblicato su Science nel 2026 da ricercatori del Laboratorio di biologia molecolare del Medical Research Council di Cambridge ricorda che i primi mammiferi erano notturni e che solo dopo l’estinzione dei dinosauri, circa 66 milioni di anni fa, alcune linee, compresa quella da cui deriviamo, sono passate alla vita diurna. Secondo gli autori questo passaggio è avvenuto attraverso un meccanismo interno alle cellule, legato al modo in cui reagiscono alle piccole variazioni giornaliere di temperatura e di concentrazione di sali, più che attraverso un cambiamento dell’orologio centrale del cervello, che funziona in modo simile negli animali notturni e in quelli diurni.
Anche in epoca storica il sonno umano ha avuto forme diverse da quella attuale. Lo storico Roger Ekirch ha documentato che nell’Europa preindustriale era comune un sonno diviso in due fasi, il “primo” e il “secondo sonno”, separate da un periodo di veglia notturna dedicato a preghiera, lavori domestici o conversazione. Gli studi condotti da Jerome Siegel su popolazioni di cacciatori-raccoglitori e agricoltori senza elettricità in Tanzania, Namibia e Bolivia hanno mostrato invece un sonno continuo di sei o sette ore, che comincia in media circa tre ore dopo il tramonto e sembra regolato più dal calo della temperatura notturna che dal buio. Nessuno di questi modelli corrisponde all’idea di andare a dormire al tramonto e svegliarsi all’alba, e nessuno dipende dall’ora segnata dagli orologi.
L’effetto della luce artificiale
Ciò che ha modificato davvero il rapporto tra il corpo e il sole è la luce artificiale, diffusa su larga scala a partire dalla lampadina di Edison del 1879. Un ambiente interno ben illuminato raggiunge alcune centinaia di lux, mentre all’aperto la luce del giorno va da circa diecimila lux con il cielo coperto a oltre centomila sotto il sole, per cui chi passa la giornata al chiuso riceve al mattino un segnale debole e la sera, davanti a lampade e schermi, un segnale che ritarda la produzione di melatonina. Ricordo che la melatonina è un ormone prodotto soprattutto dalla ghiandola pineale a partire dal triptofano, attraverso la serotonina, e il suo compito principale è segnalare all’organismo che è notte, contribuendo a regolare il sonno, la temperatura corporea e altri ritmi giornalieri. Il risultato è un orologio interno spostato in avanti rispetto agli orari imposti dal lavoro e dalla scuola, una condizione che i cronobiologi chiamano jet lag sociale e che riguarda una parte consistente della popolazione indipendentemente dal fatto che sia in vigore l’ora solare o quella legale.
Un orario davvero naturale consisterebbe nell’organizzare la giornata sulla luce reale del luogo, alzandosi con la luce del mattino e riducendo l’illuminazione la sera, cosa che nessuna convenzione oraria può garantire, perché restiamo svegli e illuminati per ore dopo il tramonto sia con un orario sia con l’altro. Se poi ognuno seguisse davvero il sole, ciascuno si sveglierebbe e andrebbe a dormire a un’ora diversa, sia per le differenze di longitudine e latitudine descritte all’inizio, sia perché il ritmo circadiano varia da persona a persona, per cui a Trieste la giornata comincerebbe prima che a Cagliari e, nella stessa città, i mattinieri inizierebbero prima di chi tende a fare tardi.
Una società organizzata ha invece bisogno che uffici, negozi, scuole, ospedali e trasporti seguano orari comuni almeno all’interno della stessa area amministrativa, che sia una regione, uno Stato o l’Unione Europea, e proprio per questo viene adottata un’ora unica, accettando che l’orologio non coincida con il sole nella maggior parte dei luoghi. La scelta tra ora solare e ora legale resta quindi una decisione pratica su come distribuire la luce disponibile rispetto alle attività sociali, e la risposta migliore cambia a seconda che si viva a Palermo o a Copenaghen. Chiamare naturale una delle due significa attribuire a una convenzione stabilita a Washington nel 1884, e poi adattata ai confini politici, una qualità che non ha mai avuto.
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