Quando le vittime valgono solo per qualcuno


Ora vi chiedo uno sforzo di immaginazione. Non limitatevi ad ascoltare o leggere ciò che dirò, ma provate davvero a vedere le scene che sto per raccontarvi. Lasciatele prendere forma nella vostra mente, seguitele fino in fondo, fino al loro epilogo. Trasformate le parole in immagini nitide, vive. Se non riuscirete a farlo, temo che tutto il resto perderà senso. Ma non analizzate, non giudicate. Limitatevi a osservare, in silenzio.

Le storie qui riportate sono vere. I nomi sono per lo più inventati per proteggere i protagonisti, a parte un paio di casi in cui la storia è pubblica e quindi i nomi sono reali.

Storia di Mariam Al-Hourani

La donna si ritrova in acqua. Le onde la colpiscono con forza al volto, rendendole difficile respirare. Il velo le si incolla al viso, il vestito pesante la trascina giù. Con le ultime forze tiene la neonata sollevata sopra la testa. Le urla si mescolano agli schizzi, al rumore sordo del barcone che si spezza.

Cerca di porgere la bambina a un uomo ancora aggrappato al relitto, uno sconosciuto. Lui la prende. Un attimo dopo, la barca si inclina e li trascina entrambi sotto.

La donna affonda. Spalanca gli occhi sott’acqua. Guarda verso l’alto, verso la superficie. Vede la neonata affondare sopra di lei, lentamente. Le braccia si allungano, come per afferrarla, ma non ci arriva. Intorno, altri corpi scendono, immobili, con gli occhi aperti, mentre i pochi che sanno nuotare tentano disperatamente di restare a galla.

Poi è solo buio e silenzio.

Storia di Diego Ramírez Cruz

Mattina presto. Marciapiede di un quartiere residenziale. Un uomo cammina tenendo il figlio per mano. Dieci anni, zaino sulle spalle. Si stanno avvicinando alla scuola. Tre uomini in abiti civili li bloccano. Maschere sul volto. Si qualificano come agenti federali. Non mostrano tesserini.

L’uomo si irrigidisce. Dice che vive lì da sempre, da quando aveva pochi mesi, che ha i documenti, che lavora, paga regolarmente le tasse, non ha precedenti. Insomma, che non ha fatto niente. Non capisce. Non fugge. Non urla. Uno degli uomini afferra il bambino e lo strappa via. Il piccolo urla. L’uomo reagisce, istintivamente, cerca di riprenderselo.

Gli altri due lo sbattono a terra. Sente il naso rompersi nell’impatto. Il sangue cola sull’asfalto. Il bambino piange e grida. L’uomo cerca di parlargli, ma ha la bocca piena di sangue. Gli piegano le braccia dietro la schiena, lo ammanettano. Lo sollevano di peso e lo buttano dentro un furgone.

Il bambino non si vede più. Le grida si spengono in lontananza. L’uomo ha un solo pensiero in testa: dove andrà ora suo figlio. La madre morta due anni prima di cancro. Non ha neppure le chiavi di casa. Chi gli farà la cena stasera. Sembra un pensiero stupido, ma è quello che lo tormenta ora.

Campo di detenzione. L’uomo viene spinto dentro una gabbia metallica. Non c’è letto. Non c’è bagno. Solo un secchio, come fosse un animale. Il sangue ormai si è seccato, gli occhi no. Non sa perché è lì. Nessuno gli dice nulla. Una settimana dopo è su un volo per El Salvador, ammanettato come un criminale.

Storia di Nour Saleh

Tardo pomeriggio. Una strada polverosa. La ragazza cammina con lo zaino sulle spalle. Ha sedici anni. Davanti a casa si ferma. Non c’è più nulla, distrutta dalle ruspe. Solo macerie, fumo, detriti. Sua madre è in ginocchio, abbracciata al fratellino, entrambi coperti di polvere. Piangono. Non dicono una parola.

La ragazza si china. Raccoglie un frammento di cemento. Lo tiene stretto nel pugno. Cammina fino all’angolo. Una camionetta militare avanza lentamente. Due soldati dentro. Si avvicina. Tira il sasso. Colpisce il parabrezza che si frantuma.

Uno dei due apre lo sportello. Le spara un proiettile di gomma. La ragazza cade all’indietro. Il colpo l’ha preso in pieno petto. Resta a terra, senza fiato, le mani sul torace. La raggiungono. Uno le grida addosso: “Piccola puttana”. La sollevano. La buttano sul retro del veicolo.

È notte nella cella. La ragazza è seduta a terra, la schiena al muro. Respira a fatica.

La porta si apre. Tre soldati. Entrano. Le strappano i vestiti. Lei si copre, cerca di divincolarsi. Inutilmente. La violentano. Uno dopo l’altro. Ridono. Le parlano addosso: “Ora nessuno ti vorrà più”. Filmano tutto con un telefono. Dicono che lo metteranno online.

Quando finiscono, la lasciano in un angolo. Sporca, il sangue sul viso e fra le gambe. La bocca aperta, ma senza più voce. Gli occhi fissi, asciutti. Non piange più.

Storia di Anna Olsen

La donna scende dal camion insieme alle altre. Magre, stanche, tutte con addosso vestiti di altri. La trascinano lungo un corridoio della prigione. Le guardie sono solo uomini, col passamontagna. Nessuno si presenta. Urlano. Le ordinano di spogliarsi. Resta nuda. La fanno passare da una stanza all’altra: unghie, DNA, impronte, foto di ogni cicatrice, ogni tatuaggio. Nessuna privacy. Nessun rispetto. Solo comandi, spinte, risate.

Le danno un vestito enorme, troppo grande per il suo corpo. Deve avvolgerselo tre volte intorno per tenerlo su. Uno dei soldati la prende per la collottola e la spinge contro il muro. Batte la testa. Cade. Loro ridono.

In cella, non può muoversi. A volte deve restare in piedi tutto il giorno. Altre volte non può nemmeno alzarsi. La panca è l’unico posto dove stare. Se parla o si muove, entrano, la picchiano, la ributtano dentro con un “Sta’ ferma”. Il cibo arriva una volta al giorno. Cinque minuti per mangiare. Zuppa bollente o crauti marci con aceto. Fa male, ma deve inghiottire. Alcune ragazze smettono di mangiare. Sopravvivono con pane secco e acqua.

Dopo mesi, comincia la guerra psicologica. In TV dicono che l’Ucraina non esiste più. Che la sua città è russa. Che nessuno le verrà a salvare. Un giorno, un soldato le guarda il tatuaggio, una bandiera svedese. L’accusa di essere una spia. Poi torna con un bollitore e le versa acqua bollente sul braccio per cancellarlo. Lei non grida. Guarda il muro. Resta ferma.

Alla fine, arriva lo scambio. Camminano in silenzio verso la linea di confine. Sporche, consumate, ma con la testa alta. Dall’altra parte, i prigionieri russi: puliti, nutriti, in abiti propri. Tanti tengono lo sguardo basso. Le ragazze salgono sugli autobus. Sedili morbidi. Aria pulita. Finalmente. Libertà. Lei si siede. Guarda fuori. Respira piano. Non ha pianto, non ha detto una sola parola. Ma è ancora viva.

Storia di Ghassan Abu Sittah

Il generatore si è fermato mezz’ora fa. Niente luce, niente ossigeno. L’unico suono è il respiro affannato del bambino sul tavolo. Ha otto anni. Un foro d’entrata sulla fronte, la parte destra del cranio fratturata.

Il chirurgo si siede accanto a lui. Ha le mani tremanti. Non dorme da tre giorni. Non c’è anestesia. Finita da settimane. Lo guarda negli occhi. Gli dice solo: “Stringi la mano, forte”. Poi prende il bisturi.

Taglia. Il bambino grida, si contorce. Due infermieri lo tengono fermo per le spalle. Il sangue scorre, denso. L’odore di carne aperta e polvere da sparo riempie la stanza. Il medico lavora in silenzio. Non c’è tempo per altro. Il bambino sviene. È meglio così. Forse ce la farà. Forse.

La sala è un seminterrato. I vetri delle finestre sono rotti. Ogni tanto, il fischio dei droni si avvicina. Poi si allontana. Il medico ricuce in fretta. Poi guarda in alto, verso il soffitto scrostato. E si prepara al prossimo.

Storia di Mboyo Ilunga

La polvere è ovunque. Nelle orecchie, negli occhi, nei polmoni. Il bambino ha dieci anni. Sta in ginocchio da ore, a mani nude, dentro una fossa profonda scavata nella terra rossa. Con una pietra scheggiata gratta il terreno alla ricerca di vene di cobalto. I polpastrelli sono neri. Le unghie spezzate. Respira a fatica. Tossisce. Di continuo.

Suo fratello, otto anni, gli porge un sacco. Già pieno per metà. Lo portano su insieme, a spalla. Pesa quanto loro. Nessun casco. Nessuna maschera. Nessuna scuola. Uno dei bambini cade nella buca accanto. La parete gli crolla in parte addosso. Non si muove. Forse è svenuto. Forse è fortunato ed è morto. Nessuno grida. Nessuno corre. Gli altri continuano a scavare.

Più tardi, tornano al campo. Un pasto. Una bottiglia d’acqua, torbida. E la pelle che brucia per la polvere tossica rimasta addosso. Il bambino si addormenta seduto, la testa contro il sacco di cobalto. Gli occhi ancora arrossati. Le mani gonfie. E il cuore che ha già smesso di essere bambino.

Storia di Aminata Keïta

Aveva diciassette anni quando ha lasciato la sua città. Una sacca con pochi vestiti, una foto della madre, e l’idea che in Europa avrebbe potuto studiare, lavorare, mandare soldi a casa. Ha attraversato il deserto con altri trenta. Sete, sabbia negli occhi, due morti per disidratazione. Poi il pick-up si è fermato. Uomini armati. Divise sporche. Li hanno portati in un capannone, in Libia.

Là l’hanno separata dagli altri. Le hanno tolto tutto. Anche il nome. Nel carcere non c’erano finestre. Solo un secchio in un angolo. Le notti non avevano orari. Gli uomini entravano. Sempre gli stessi. Ridevano. Le strappavano i vestiti. Ogni volta. E ogni volta lei prendeva quelle poche strisce per ricoprirsi. Finché una mattina non le hanno gettato addosso una tunica e detto di uscire.

Quando riesce a salire su un gommone, il corpo le fa ancora male. Ma è convinta che il peggio sia passato. Sulla costa italiana, le hanno dato una coperta, una bottiglietta d’acqua. Sono gentili, ma parlano una lingua che non capisce. L’hanno portata in un centro. Le stanze con i letti a castello: troppi e troppo vicini. Voci, pianti, odore di sudore e disinfettante. Così dorme per terra su una coperta. Una fila per il bagno. Un’altra per il cibo. Provano a spiegarle; continua a non capire.

Un giorno è seduta su un muretto. Una donna — poco più grande di lei, dello stesso Paese — le si avvicina. Le parla nella sua lingua. Le chiede se ha famiglia. Se ha un posto dove andare. Lei sorride. Il primo da mesi. Decidono di lasciare il centro. Non sono prigioniere. La donna le dice che sa chi può aiutarla a trovare un lavoro. Camminano insieme sulla strada. Una macchina scura si ferma. Un uomo scende e le dice nella sua lingua: “Ti aiutiamo noi”.

Ora le hanno tolto il passaporto e il cellulare che aveva tenuto in un sacchetto di plastica per tutto il viaggio. Quindi la libertà. Quella la teneva nel cuore. Tre giorni dopo è su un marciapiede di periferia. Un trucco pesante sul volto. Una minigonna troppo corta per novembre. “Guarda il cliente negli occhi, sorridi”, le hanno detto. “Ogni notte, cento euro. Ci pensiamo noi alla casa”.

Ogni notte, quando torna, si lava a lungo. Il sangue non c’è più ma lo sporco resta dentro. Prova a dormire, ma la voce della madre le torna sempre alla mente: “Fai attenzione, figlia mia. L’Europa è dura, ma giusta con chi lavora.” Da tre mesi ha smesso di chiamarla. Non poteva dirle che l’Italia era solo un’altra prigione, con l’asfalto al posto della sabbia.

Storia di Carlo e Franco

È una panchina qualsiasi, in un parco qualunque, un sabato sera. I due ragazzi sono seduti vicini, i volti che si toccano, i cellulari spenti. Si erano tenuti per mano per tutto il pomeriggio. Avevano riso. Poi, il bacio. Niente di plateale. Solo un bacio breve. Vero.

Le voci sono arrivate poco dopo. Un gruppo di sei. Forse sette. Uno grida: “Schifosi!” I ragazzi si alzano, sono spaventati. Continuano a stringersi per mano. Una coppia in lontananza, un ragazzo e una ragazza, guarda il gruppetto, poi si allontana. “Lasciateci in pace”. Troppo tardi.

Il primo pugno arriva al volto. Poi una scarica di calci. Troppi. Li separano. Uno dei due cade a terra. Gli saltano sulla testa con gli anfibi. Un altro lo colpisce con una bottiglia. Gli hanno rotto il cranio. L’altro ragazzo cerca di proteggersi il volto con le braccia, ma un calcio lo colpisce all’occhio. Forte. Un’esplosione di luce e sangue. Poi il buio.

Quando arrivano i soccorsi, uno dei due giace immoto a terra, il volto tumefatto, irriconoscibile. L’altro tiene un fazzoletto contro l’occhio, tremando. Continua a ripetere: “Non abbiamo fatto niente. Solo un bacio”.

Potrei raccontarvene ancora. Centinaia, migliaia, forse non c’è neppure un limite, perché su otto miliardi di persone al mondo, quelli che soffrono, che vengono privati di tutto, di ogni diritto, libertà e, alla fine, persino della vita, sono milioni. Troppi anche solo per poterli contare. Numeri troppo grandi per cuori troppo piccoli. Per questo vi ho raccontato queste storie: per dare un nome e cognome a queste sofferenze, regalare loro un’anima.

Ma il vero problema non è questo. Il vero problema è che quando racconto queste storie, le reazioni non sono guidate da un sentimento unanime di orrore o compassione. Al contrario, vengono filtrate attraverso lenti ideologiche e posizioni politiche. A seconda dello schieramento, alcune vittime sembrano contare più di altre: c’è chi minimizza la sofferenza dei palestinesi a causa delle azioni di Hamas, e chi giustifica le vittime israeliane in base a quanto fatto dai palestinesi. Lo stesso accade per gli ucraini e i russi, per i migranti africani in Europa o per quelli latinoamericani negli Stati Uniti. In questo schema, il valore della vita umana viene relativizzato, subordinato alla narrativa che meglio supporta la propria visione del mondo.

A seconda di ciò in cui credi, il mondo smette di dividersi tra vittime e carnefici, come invece dovrebbe essere, perché la realtà è che entrambi esistono in ogni popolo, nazione o cultura. Ma accade che i carnefici di una parte, agli occhi di chi osserva, rendano meno vittime le vittime dell’altra. Vittime percepite come “meno degne”, per cui provare meno compassione, se non ignorarle del tutto.

E questo non accade in un dignitoso, seppur ipocrita, silenzio. Accade gridando il proprio odio contro chi soffre, puntando il dito e irridendo, come fanno i carcerieri di una delle storie, con le donne imprigionate.

Uomini e donne che incontriamo ogni giorno per strada: il macellaio che ci vende la carne, il tassista che ci accompagna in stazione, la casalinga che si prende cura dei suoi figli, l’imprenditrice di successo. Persone apparentemente comuni, normali. Eppure, nella dimensione virtuale, si trasformano in carnefici. Dietro uno schermo, riversano odio e cattiveria su chi già soffre, solo perché considerato dalla parte “sbagliata” della Storia.

Ecco, vi chiedo, ora. Voi chi siete? Siete fra quelli che sanno riconoscere l’orrore sempre e comunque quando lo vedono, oppure siete l’esercito dei “distinguo”, dell’ “è vero, però…”? Perché se alcune di queste storie vi susciteranno meno orrore delle altre, se un “ma” vi verrà alla mente leggendo questo o quel racconto, allora forse fate parte del secondo gruppo. E allora mi porrei delle domande, fossi in voi. Mi spiace, ma su questo, non riesco ad essere tollerante o “politicamente corretto”.


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